sabato 3 ottobre 2015
martedì 7 ottobre 2014
giovedì 15 maggio 2014
TRIDUO DI GS 2014
Appunti dalle lezioni e dall'assemblea del Triduo Pasquale di Gioventù Studentesca.
Rimini, 17-19 aprile 2014
http://tracce.it/detail.asp?c=1&p=0&id=3794
Rimini, 17-19 aprile 2014
http://tracce.it/detail.asp?c=1&p=0&id=3794
domenica 27 ottobre 2013
Io non voglio vivere inutilmente: è la mia ossessione
Il libretto con gli appunti dall'intervento di Julián Carrón
alla Giornata d’inizio anno di Gioventù Studentesca (GS).
Milano, 4 ottobre 2013
http://it.clonline.org/detail.asp?c=1&p=0&id=1033
alla Giornata d’inizio anno di Gioventù Studentesca (GS).
Milano, 4 ottobre 2013
http://it.clonline.org/detail.asp?c=1&p=0&id=1033
giovedì 19 aprile 2012
Messaggio a conclusione del Triduo Pasquale
Messaggio a conclusione del Triduo Pasquale di Gioventù Studentesca.
Rimini, 7 aprile 2012
Mai come adesso sentite vibrare dentro di voi tutto il desiderio di felicità che vi costituisce.
Fino al punto da stupire voi stessi.
«Natura umana, or come, Se frale in tutto e vile, Se polve ed ombra sei, tant’alto senti?»,
diceva meravigliato Leopardi.
È così grande l’esigenza del nostro cuore che a volte rimaniamo sconcertati.
Niente ci dà pace.
Niente ci appare all’altezza dei nostri desideri.
Che tenerezza verso di sé ci vuole per non disertare il proprio cuore!
Chi non demorde, prima o poi, capirà perché ne valeva la pena: per scoprire il fascino di Cristo.
Mi auguro di trovare sempre di più tra di voi amici che, come il decimo lebbroso, non si accontentino di niente di meno che della Sua presenza, della Sua amicizia.
Vostro compagno al destino
Julián Carron
Rimini, 7 aprile 2012
Mai come adesso sentite vibrare dentro di voi tutto il desiderio di felicità che vi costituisce.
Fino al punto da stupire voi stessi.
«Natura umana, or come, Se frale in tutto e vile, Se polve ed ombra sei, tant’alto senti?»,
diceva meravigliato Leopardi.
È così grande l’esigenza del nostro cuore che a volte rimaniamo sconcertati.
Niente ci dà pace.
Niente ci appare all’altezza dei nostri desideri.
Che tenerezza verso di sé ci vuole per non disertare il proprio cuore!
Chi non demorde, prima o poi, capirà perché ne valeva la pena: per scoprire il fascino di Cristo.
Mi auguro di trovare sempre di più tra di voi amici che, come il decimo lebbroso, non si accontentino di niente di meno che della Sua presenza, della Sua amicizia.
Vostro compagno al destino
Julián Carron
martedì 26 aprile 2011
Messaggio di don Carron per Pasqua 2011
Sentire urgere dentro di sé le esigenze dì felicità, di bellezza, di giustizia, di amore, di verità, sentirle vibrare, ribollire in ogni fibra del nostro essere è inevitabile, tranne che uno sia una pietra. Prenderle sul serio è una decisione, la decisione più grande della vita. Dalle conseguenze imprevedibili. Solo per audaci. Solo per gente viva, libera, capace di volersi veramente bene. Per gente che vuol vivere all'altezza deIl’ideale a cui il cuore spinge senza sosta.
Trovare compagni al destino così è una Grazia. Per questo la Bibbia dice: «Chi trova un amico! trova un tesoro». Mi auguro di trovare tanti amici tra di Voi. Che non abbiano paura delle proprie esigenze. Che non abbiano paura di diventare grandi, di essere adulti. Anzi,che non si accontentino di niente di meno.
In attesa di incrociarVi in un qualche tornante della strada, Vi auguro una Buona Pasqua.
Vostro compagno d'avventura
Juliàn Carròn
Trovare compagni al destino così è una Grazia. Per questo la Bibbia dice: «Chi trova un amico! trova un tesoro». Mi auguro di trovare tanti amici tra di Voi. Che non abbiano paura delle proprie esigenze. Che non abbiano paura di diventare grandi, di essere adulti. Anzi,che non si accontentino di niente di meno.
In attesa di incrociarVi in un qualche tornante della strada, Vi auguro una Buona Pasqua.
Vostro compagno d'avventura
Juliàn Carròn
giovedì 9 settembre 2010
Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore
“Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore” una frase di don Giussani è il titolo della XXXI edizione del Meeting. Parole che riecheggiano anche quelle che Albert Camus fa pronunciare all’imperatore Caligola nel suo celebre dramma: “ho provato semplicemente una improvvisa sete di impossibile… ho bisogno della luna, o della felicità, o dell’immortalità”. In ogni uomo, di qualsiasi razza, cultura, religione, tradizione alberga questo desiderio di cose grandi, di qualcosa di infinito. Un’aspirazione che l’uomo in tante occasioni tende a trascurare e a dimenticare, complice innanzitutto una certa mentalità che lo considera solo come il risultato di una casualità chimico-biologica o al limite di un processo evolutivo.
Si respira una cultura che tende a cancellare “l’umanità dell’uomo”, il “mancamento e voto” espresso da Leopardi nello Zibaldone. Il rischio è quello che si affermi una concezione puramente materialistica della vita. La provocazione contenuta nel titolo afferma invece il contrario. La natura dell’uomo è innanzitutto il suo cuore che si esprime come desiderio di cose grandi. Il motore di ogni azione umana è questa aspirazione a qualcosa di grande, l’esigenza di qualcosa di infinito. L’uomo è rapporto con l’infinito. E’ questa tensione il tratto inconfondibile dell’umano, la scintilla di ogni azione, dal lavoro alla famiglia, dalla ricerca scientifica alla politica, dall’arte all’affronto dei bisogni quotidiani.
Il Meeting ha cercato di documentare come nella realtà di oggi sia innanzitutto necessario partire dall’umanità di ogni persona, facendo dei bisogni e dei desideri degli uomini l’anima delle scelte grandi e di quelle quotidiane. Anche perché solo questo è il punto che accomuna tutti gli uomini ed è pertanto l’inizio anche di un reale dialogo tra i popoli.
L’uomo che considera seriamente la sua umanità è colui che non è mai domo e soddisfatto e che affronta la vita con l’attesa di qualcosa di grande. Scrive Cesare Pavese: “Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?”. L’attesa è la struttura stessa della natura umana, l’essenza dell’anima. I grandi desideri e le grandi aspirazioni non sono un ostacolo o qualcosa che complica l’esistenza, ma sono ciò che rende l’uomo irriducibile proprio perché essi sono il segno del suo rapporto con l’infinito.
Si respira una cultura che tende a cancellare “l’umanità dell’uomo”, il “mancamento e voto” espresso da Leopardi nello Zibaldone. Il rischio è quello che si affermi una concezione puramente materialistica della vita. La provocazione contenuta nel titolo afferma invece il contrario. La natura dell’uomo è innanzitutto il suo cuore che si esprime come desiderio di cose grandi. Il motore di ogni azione umana è questa aspirazione a qualcosa di grande, l’esigenza di qualcosa di infinito. L’uomo è rapporto con l’infinito. E’ questa tensione il tratto inconfondibile dell’umano, la scintilla di ogni azione, dal lavoro alla famiglia, dalla ricerca scientifica alla politica, dall’arte all’affronto dei bisogni quotidiani.
Il Meeting ha cercato di documentare come nella realtà di oggi sia innanzitutto necessario partire dall’umanità di ogni persona, facendo dei bisogni e dei desideri degli uomini l’anima delle scelte grandi e di quelle quotidiane. Anche perché solo questo è il punto che accomuna tutti gli uomini ed è pertanto l’inizio anche di un reale dialogo tra i popoli.
L’uomo che considera seriamente la sua umanità è colui che non è mai domo e soddisfatto e che affronta la vita con l’attesa di qualcosa di grande. Scrive Cesare Pavese: “Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?”. L’attesa è la struttura stessa della natura umana, l’essenza dell’anima. I grandi desideri e le grandi aspirazioni non sono un ostacolo o qualcosa che complica l’esistenza, ma sono ciò che rende l’uomo irriducibile proprio perché essi sono il segno del suo rapporto con l’infinito.
sabato 21 novembre 2009
Notte dell'Innominato
''Quel Dio di cui aveva sentito parlare, ma che, da gran tempo, non si curava di negare nè di riconoscere, occupato soltanto a vivere come se non ci fosse, ora, in certi momenti di abbattimento senza motivo, di terrore senza pericolo, gli pareva sentirlo gridar dentro di sè: Io sono però.''
Manzoni, Promessi Sposi, Notte dell'Innominato.
leggi anche
http://www.tempi.it/taz-bao/007964-il-cittadino-cristo
e Una Presenza irriducibile
http://www.comunioneliberazione.org/articoli/ita/volCL_1109.htm
Manzoni, Promessi Sposi, Notte dell'Innominato.
leggi anche
http://www.tempi.it/taz-bao/007964-il-cittadino-cristo
e Una Presenza irriducibile
http://www.comunioneliberazione.org/articoli/ita/volCL_1109.htm
domenica 8 novembre 2009
Il Crocifisso fa parte della storia del mondo e rappresenta tutti
I giornali cambiano, spesso in peggio...
Non togliete quel crocifisso è segno del dolore umano
Dicono che il crocifisso deve essere tolto dalle aule della scuola. Il nostro è uno stato laico che non ha diritto di imporre che nelle aule ci sia il crocifisso. La signora Maria Vittoria Montagnana, insegnante a Cuneo, aveva tolto il crocefisso dalle pareti della sua classe. Le autorità scolastiche le hanno imposto di riappenderlo. Ora si sta battendo per poterlo togliere di nuovo, e perché lo tolgano da tutte le classi nel nostro Paese. Per quanto riguarda la sua propria classe, ha pienamente ragione. Però a me dispiace che il crocefisso scompaia per sempre da tutte le classi. Mi sembra una perdita. Tutte o quasi tutte le persone che conosco dicono che va tolto. Altre dicono che è una cosa di nessuna importanza. I problemi sono tanti e drammatici, nella scuola e altrove, e questo è un problema da nulla. E’ vero. Pure, a me dispiace che il crocefisso scompaia. Se fossi un insegnante, vorrei che nella mia classe non venisse toccato. Ogni imposizione delle autorità è orrenda, per quanto riguarda il crocefisso sulle pareti. Non può essere obbligatorio appenderlo. Però secondo me non può nemmeno essere obbligatorio toglierlo. Un insegnante deve poterlo appendere, se lo vuole, e toglierlo se non vuole. Dovrebbe essere una libera scelta. Sarebbe giusto anche consigliarsi con i bambini. Se uno solo dei bambini lo volesse, dargli ascolto e ubbidire. A un bambino che desidera un crocefisso appeso al muro, nella sua classe, bisogna ubbidire. Il crocifisso in classe non può essere altro che l'espressione di un desiderio. I desideri, quando sono innocenti, vanno rispettati. L'ora di religione è una prepotenza politica. E' una lezione. Vi si spendono delle parole. La scuola è di tutti, cattolici e non cattolici. Perchè vi si deve insegnare la religione cattolica? Ma il crocifisso non insegna nulla. Tace. L'ora di religione genera una discriminazione fra cattolici e non cattolici, fra quelli che restano nella classe in quell'ora e quelli che si alzano e se ne vanno.
Ma il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace.
E' l'immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l'idea dell'uguaglianza fra gli uomini fino allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo "prima di Cristo" e "dopo Cristo". O vogliamo forse smettere di dire così? Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. E' muto e silenzioso. C'è stato sempre. Per i cattolici, è un simbolo religioso. Per altri, può essere niente, una parte del muro. E infine per qualcuno, per una minoranza minima, o magari per un solo bambino, può essere qualcosa di particolare, che suscita pensieri contrastanti. I diritti delle minoranze vanno rispettati. Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato, e non è forse morto nel martirio, come è accaduto a milioni di ebrei nei lager? Il crocifisso è il segno del dolore umano. La corona di spine, i chiodi, evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino.
Il crocifisso fa parte della storia del mondo.
Per i cattolici, Gesù Cristo è il figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l'immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e dei prossimo. Chi è ateo, cancella l'idea di Dio ma conserva l'idea del prossimo. Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c'è immagine. E' vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti? Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei e neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà fra gli uomini. E di esser venduti, traditi e martoriati e ammazzati per la propria fede, nella vita può succedere a tutti. A me sembra un bene che i ragazzi, i bambini, lo sappiano fin dai banchi della scuola. Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto o accade di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l'idea della croce nel nostro pensiero. Tutti, cattolici e laici portiamo o porteremo il peso, di una sventura, versando sangue e lacrime e cercando di non crollare. Questo dice il crocifisso. Lo dice a tutti, mica solo ai cattolici.
Alcune parole di Cristo, le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente. Ha detto "ama il prossimo come te stesso". Erano parole già scritte nell'Antico Testamento, ma sono divenute il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto. Sono il contrario di tutte le guerre. Il contrario degli aerei che gettano le bombe sulla gente indifesa. Il contrario degli stupri e dell'indifferenza che tanto spesso circonda le donne violentate nelle strade. Si parla tanto di pace, ma che cosa dire, a proposito della pace, oltre a queste semplici parole? Sono l'esatto contrario del modo in cui oggi siamo e viviamo. Ci pensiamo sempre, trovando esattamente difficile amare noi stessi e amare il prossimo più difficile ancora, o anzi forse completamente impossibile, e tuttavia sentendo che là è la chiave di tutto. Il crocifisso queste parole non le evoca, perché siamo abituati a veder quel piccolo segno appeso, e tante volte ci sembra non altro che una parte dei muro. Ma se ci viene di pensare che a dirle è stato Cristo, ci dispiace troppo che debba sparire dal muro quel piccolo segno. Cristo ha detto anche: "Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia perchè saranno saziati". Quando e dove saranno saziati? In cielo, dicono i credenti. Gli altri invece non sanno né quando né dove, ma queste parole fanno, chissà perché, sentire la fame e la sete di giustizia più severe, più ardenti e più forti. Cristo ha scacciato i mercanti dal Tempio. Se fosse qui oggi non farebbe che scacciare mercanti. Per i veri cattolici, deve essere arduo e doloroso muoversi nel cattolicesimo quale è oggi, muoversi in questa poltiglia schiumosa che è diventato il cattolicesimo, dove politica e religione sono sinistramente mischiate. Deve essere arduo e doloroso, per loro, districare da questa poltiglia l'integrità e la sincerità della propria fede. lo credo che i laici dovrebbero pensare più spesso ai veri cattolici. Semplicemente per ricordarsi che esistono, e studiarsi di riconoscerli, nella schiumosa poltiglia che è oggi il mondo cattolico e che essi giustamente odiano. Il crocifisso fa parte della storia del mondo. I modi di guardarlo e non guardarlo sono, come abbiamo detto, molti. Oltre ai credenti e non credenti, ai cattolici falsi e veri, esistono anche quelli che credono qualche volta sì e qualche volta no. Essi sanno bene una cosa sola, che il credere, e il non credere vanno e vengono come le onde del mare. Hanno le idee, in genere, piuttosto confuse e incerte. Soffrono di cose di cui nessuno soffre. Amano magari il crocifisso e non sanno perché. Amano vederlo sulla parete. Certe volte non credono a nulla. E' tolleranza consentire a ognuno di costruire intorno a un crocifisso i più incerti e contrastanti pensieri.
su L'Unità del 25 marzo 1988 Natalia Ginzburg (1916-1991) scrittrice italiana ebrea
Grazie a Nicola Currò per la segnalazione
Non togliete quel crocifisso è segno del dolore umano
Dicono che il crocifisso deve essere tolto dalle aule della scuola. Il nostro è uno stato laico che non ha diritto di imporre che nelle aule ci sia il crocifisso. La signora Maria Vittoria Montagnana, insegnante a Cuneo, aveva tolto il crocefisso dalle pareti della sua classe. Le autorità scolastiche le hanno imposto di riappenderlo. Ora si sta battendo per poterlo togliere di nuovo, e perché lo tolgano da tutte le classi nel nostro Paese. Per quanto riguarda la sua propria classe, ha pienamente ragione. Però a me dispiace che il crocefisso scompaia per sempre da tutte le classi. Mi sembra una perdita. Tutte o quasi tutte le persone che conosco dicono che va tolto. Altre dicono che è una cosa di nessuna importanza. I problemi sono tanti e drammatici, nella scuola e altrove, e questo è un problema da nulla. E’ vero. Pure, a me dispiace che il crocefisso scompaia. Se fossi un insegnante, vorrei che nella mia classe non venisse toccato. Ogni imposizione delle autorità è orrenda, per quanto riguarda il crocefisso sulle pareti. Non può essere obbligatorio appenderlo. Però secondo me non può nemmeno essere obbligatorio toglierlo. Un insegnante deve poterlo appendere, se lo vuole, e toglierlo se non vuole. Dovrebbe essere una libera scelta. Sarebbe giusto anche consigliarsi con i bambini. Se uno solo dei bambini lo volesse, dargli ascolto e ubbidire. A un bambino che desidera un crocefisso appeso al muro, nella sua classe, bisogna ubbidire. Il crocifisso in classe non può essere altro che l'espressione di un desiderio. I desideri, quando sono innocenti, vanno rispettati. L'ora di religione è una prepotenza politica. E' una lezione. Vi si spendono delle parole. La scuola è di tutti, cattolici e non cattolici. Perchè vi si deve insegnare la religione cattolica? Ma il crocifisso non insegna nulla. Tace. L'ora di religione genera una discriminazione fra cattolici e non cattolici, fra quelli che restano nella classe in quell'ora e quelli che si alzano e se ne vanno.
Ma il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace.
E' l'immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l'idea dell'uguaglianza fra gli uomini fino allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo "prima di Cristo" e "dopo Cristo". O vogliamo forse smettere di dire così? Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. E' muto e silenzioso. C'è stato sempre. Per i cattolici, è un simbolo religioso. Per altri, può essere niente, una parte del muro. E infine per qualcuno, per una minoranza minima, o magari per un solo bambino, può essere qualcosa di particolare, che suscita pensieri contrastanti. I diritti delle minoranze vanno rispettati. Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato, e non è forse morto nel martirio, come è accaduto a milioni di ebrei nei lager? Il crocifisso è il segno del dolore umano. La corona di spine, i chiodi, evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino.
Il crocifisso fa parte della storia del mondo.
Per i cattolici, Gesù Cristo è il figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l'immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e dei prossimo. Chi è ateo, cancella l'idea di Dio ma conserva l'idea del prossimo. Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c'è immagine. E' vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti? Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei e neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà fra gli uomini. E di esser venduti, traditi e martoriati e ammazzati per la propria fede, nella vita può succedere a tutti. A me sembra un bene che i ragazzi, i bambini, lo sappiano fin dai banchi della scuola. Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto o accade di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l'idea della croce nel nostro pensiero. Tutti, cattolici e laici portiamo o porteremo il peso, di una sventura, versando sangue e lacrime e cercando di non crollare. Questo dice il crocifisso. Lo dice a tutti, mica solo ai cattolici.
Alcune parole di Cristo, le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente. Ha detto "ama il prossimo come te stesso". Erano parole già scritte nell'Antico Testamento, ma sono divenute il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto. Sono il contrario di tutte le guerre. Il contrario degli aerei che gettano le bombe sulla gente indifesa. Il contrario degli stupri e dell'indifferenza che tanto spesso circonda le donne violentate nelle strade. Si parla tanto di pace, ma che cosa dire, a proposito della pace, oltre a queste semplici parole? Sono l'esatto contrario del modo in cui oggi siamo e viviamo. Ci pensiamo sempre, trovando esattamente difficile amare noi stessi e amare il prossimo più difficile ancora, o anzi forse completamente impossibile, e tuttavia sentendo che là è la chiave di tutto. Il crocifisso queste parole non le evoca, perché siamo abituati a veder quel piccolo segno appeso, e tante volte ci sembra non altro che una parte dei muro. Ma se ci viene di pensare che a dirle è stato Cristo, ci dispiace troppo che debba sparire dal muro quel piccolo segno. Cristo ha detto anche: "Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia perchè saranno saziati". Quando e dove saranno saziati? In cielo, dicono i credenti. Gli altri invece non sanno né quando né dove, ma queste parole fanno, chissà perché, sentire la fame e la sete di giustizia più severe, più ardenti e più forti. Cristo ha scacciato i mercanti dal Tempio. Se fosse qui oggi non farebbe che scacciare mercanti. Per i veri cattolici, deve essere arduo e doloroso muoversi nel cattolicesimo quale è oggi, muoversi in questa poltiglia schiumosa che è diventato il cattolicesimo, dove politica e religione sono sinistramente mischiate. Deve essere arduo e doloroso, per loro, districare da questa poltiglia l'integrità e la sincerità della propria fede. lo credo che i laici dovrebbero pensare più spesso ai veri cattolici. Semplicemente per ricordarsi che esistono, e studiarsi di riconoscerli, nella schiumosa poltiglia che è oggi il mondo cattolico e che essi giustamente odiano. Il crocifisso fa parte della storia del mondo. I modi di guardarlo e non guardarlo sono, come abbiamo detto, molti. Oltre ai credenti e non credenti, ai cattolici falsi e veri, esistono anche quelli che credono qualche volta sì e qualche volta no. Essi sanno bene una cosa sola, che il credere, e il non credere vanno e vengono come le onde del mare. Hanno le idee, in genere, piuttosto confuse e incerte. Soffrono di cose di cui nessuno soffre. Amano magari il crocifisso e non sanno perché. Amano vederlo sulla parete. Certe volte non credono a nulla. E' tolleranza consentire a ognuno di costruire intorno a un crocifisso i più incerti e contrastanti pensieri.
su L'Unità del 25 marzo 1988 Natalia Ginzburg (1916-1991) scrittrice italiana ebrea
Grazie a Nicola Currò per la segnalazione
martedì 28 luglio 2009
PRENDERE SUL SERIO IL DESIDERIO DI FELICITA': LA SFIDA DEL PRESENTE
14 MAGGIO: LANCIO DEL RAZZO ARIANE COL SATELLITE PLANCK
Se quel missile potesse prendere coscienza di sé , cosa direbbe?
"Sono tutto fatto per raggiungere il cielo, per assestarmi nell'orbita prestabilita.
La spinta che ho dentro viene da chi mi ha progettato e poi costruito e mi fa puntare diritto allo scopo".
Provate a pensare: 17 anni ci sono voluti per costruire quel missile con dentro due satelliti per misurare delle differenze impercettibili di temperatura, per fotografare l'universo quando era bambino. Quanto lavoro, quanto studio, quanti secoli per arrivare a questo!
E io? E io che sono? Di che cosa sono fatto? Da dove sorge il mio io? Dove punta?
Quel missile è il nostro cuore. Anzi, "la natura mi mette dentro una spinta assai più potente che non quella di un missile, una spinta così radicale che mi costituisce" Senso Religioso p.81
"Mi accorgo, allora, che la mia origine è come un seme di potente dinamismo che non mi lascia tregua e mi spinge verso un termine ignoto, verso una sponda che sta al di là di tutto quel che vedo, che sta al di là di tutto quel che tocco, che sta al di là di tutto quel che faccio; qualcosa che sta al di là di tutto, che non può essere uniformato al tutto, ma che è assolutamente diverso da tutto. Tanto è vero che questa aspirazione alla bontà, alla giustizia, alla felicita, è ciò che rende l'uomo così diverso da tutto. " Autocoscienza del cosmo p.99s
Una madre, che sia un minimo riflessiva, di fronte al figlio appena nato oltre allo stupore per quel dono non può non pensare: ecco se ne sta andando, è fatto per staccarsi da me.
"... uno nasce dal ventre di sua madre per uscire e andar lontano, lontano, anche sulla luna." Affezione e dimora p.333
Questo seme è pieno di desideri, è pieno di desiderio. Ma non basta dire così!
Siamo costretti a dire che il seme ci spinge verso qualcosa che realizza questi desideri. E' una spinta assolutamente più potente di quella di qualunque razzo!
Il missile non è cosciente, è l'occhio e la mano di chi l'ha progettato, di Marco Bersanelli insieme a tanti altri scienziati e costruttori. Invece l'uomo può esserlo: c'è un punto nella sua struttura che prevede questa possibilità.
C'è una spinta potentissima e vertiginosa ad accorgermi di questa struttura, a farmi prendere coscienza della mia origine e del mio destino e ad usare di tutti i mezzi che ho a disposizione per centrare questo obiettivo. E' l'avventura della scoperta di quell'universo che sono io stesso.
In questi giorni ci lanceremo in questa avventura, alla scoperta di queste cose. C'è o non c'è questo cuore? C'è o non c'è la risposta? Il solo fatto di essere qui è già una prova. Se la natura mi mette dentro una spinta così perché deve essere considerata una meta così impossibile dal rendere inutile il parlarne e addirittura il viverla? Perciò aiutiamoci a questa lealtà con noi stessi!
"Sono tutto fatto per raggiungere il cielo, per assestarmi nell'orbita prestabilita.
La spinta che ho dentro viene da chi mi ha progettato e poi costruito e mi fa puntare diritto allo scopo".
Provate a pensare: 17 anni ci sono voluti per costruire quel missile con dentro due satelliti per misurare delle differenze impercettibili di temperatura, per fotografare l'universo quando era bambino. Quanto lavoro, quanto studio, quanti secoli per arrivare a questo!
E io? E io che sono? Di che cosa sono fatto? Da dove sorge il mio io? Dove punta?
Quel missile è il nostro cuore. Anzi, "la natura mi mette dentro una spinta assai più potente che non quella di un missile, una spinta così radicale che mi costituisce" Senso Religioso p.81
"Mi accorgo, allora, che la mia origine è come un seme di potente dinamismo che non mi lascia tregua e mi spinge verso un termine ignoto, verso una sponda che sta al di là di tutto quel che vedo, che sta al di là di tutto quel che tocco, che sta al di là di tutto quel che faccio; qualcosa che sta al di là di tutto, che non può essere uniformato al tutto, ma che è assolutamente diverso da tutto. Tanto è vero che questa aspirazione alla bontà, alla giustizia, alla felicita, è ciò che rende l'uomo così diverso da tutto. " Autocoscienza del cosmo p.99s
Una madre, che sia un minimo riflessiva, di fronte al figlio appena nato oltre allo stupore per quel dono non può non pensare: ecco se ne sta andando, è fatto per staccarsi da me.
"... uno nasce dal ventre di sua madre per uscire e andar lontano, lontano, anche sulla luna." Affezione e dimora p.333
Questo seme è pieno di desideri, è pieno di desiderio. Ma non basta dire così!
Siamo costretti a dire che il seme ci spinge verso qualcosa che realizza questi desideri. E' una spinta assolutamente più potente di quella di qualunque razzo!
Il missile non è cosciente, è l'occhio e la mano di chi l'ha progettato, di Marco Bersanelli insieme a tanti altri scienziati e costruttori. Invece l'uomo può esserlo: c'è un punto nella sua struttura che prevede questa possibilità.
C'è una spinta potentissima e vertiginosa ad accorgermi di questa struttura, a farmi prendere coscienza della mia origine e del mio destino e ad usare di tutti i mezzi che ho a disposizione per centrare questo obiettivo. E' l'avventura della scoperta di quell'universo che sono io stesso.
In questi giorni ci lanceremo in questa avventura, alla scoperta di queste cose. C'è o non c'è questo cuore? C'è o non c'è la risposta? Il solo fatto di essere qui è già una prova. Se la natura mi mette dentro una spinta così perché deve essere considerata una meta così impossibile dal rendere inutile il parlarne e addirittura il viverla? Perciò aiutiamoci a questa lealtà con noi stessi!
S.MARTINO DI CASTROZZA 12-18 LUGLIO 2009
GIOVENTU' STUDENTESCA
mercoledì 27 maggio 2009
VACANZE ESTIVE GS
"La vacanza è il tempo più nobile dell'anno, perchè è il momento in cui uno si impegna come vuole col valore che riconosce prevalente nella sua vita oppure non si impegna affatto con niente e allora, appunto, è sciocco..." L.Giussani
Proposta di una esperienza di bellezza nel rapporto con gli amici e con la realtà della montagna..
VACANZE ESTIVE GS
12 - 19 Luglio 2009
Hotel Majestic
San Martino di Castrozza (Tn)
E' necessario portare indumenti adatti (scarponcini da trekking, maglione, giacca a vento, cappello, occhiali da sole, zainetto), quaderno e penna.
Quota di partecipazione (compreso il viaggio) € 350,00
- Partenza l’ 11 sera, arrivo il 19 mattina
- Iscrizioni e Caparra: entro sabato 13 giugno con € 100
GIORNATA DI FINE ANNO GS
Le circostanze non sono neutre non sono cose che capitano senza alcun senso; cioè non sono cose soltanto da sopportare, da subire stoicamente………………….. ci chiamano, ci sfidano, ci educano.
Quest’anno, quali circostanze ti hanno chiamato, sfidato, educato?
GIORNATA DI FINE ANNO GS
14 Giugno 2009
Monforte San Giorgio fraz. Pellegrino
Santuario della Madonna del Crispino
Quota di partecipazione € 10,00
- Prenotazione con quota entro il 6 Giugno
- Partenza ore 8,30 Chiesa dell’Immacolata
- Conclusione prevista entro le ore 18,00
- Pranzo a sacco
lunedì 18 maggio 2009
TRIDUO GS TESTIMONIANZE
Due belle lettere di testimonianza di gs dopo il triduo, pubblicate sul TRACCE di Maggio 2009 a pag.79
domenica 29 marzo 2009
Invito ai genitori
Cari genitori,
forse questa mia vi sorprenderà alquanto.
Non è usuale, infatti, che un insegnante scriva ai genitori dei propri allievi, se non per rammaricarsi per il rendimento insufficiente o per la disciplina. Né l'una né l'altra cosa, saranno oggetto di queste righe.
Desideravo semplicemente raccontarvi quanto sia stato importante per noi l'anno fin qui trascorso.
Lo studio più o meno fedele o fruttuoso, le ore di lezione a scuola, la giornata a Milazzo con cui abbiamo iniziato l'anno, la colletta alimentare, i pomeriggi danteschi, il dona cibo, l'esperienza con gli anziani a Colle Reale, tutto ha concorso a instaurare un rapporto tra me e i vostri figli, un rapporto educativo che introduce me e loro alla realtà.
Siamo cresciuti nell'attenzione al bisogno dell'altro e verso le nostre persone.
I ragazzi stanno maturando la coscienza che la realtà è carica di un 'ipotesi positiva, cominciano a guardare al loro domani con speranza, una speranza fondata sull ' esperienza di un presente buono per loro.
Paradossalmente, e noi adulti lo sappiamo bene, la speranza da sola non regge, va alimentata e per esserlo è necessario un lavoro, perché senza la fatica l'impeto della speranza è sempre più fioco, fino a scadere nella rassegnazione e nel fatalismo.
A questo punto giunti, desideravamo condividere con voi questo lavoro, questa fatica, che in questo tempo pasquale non può non passare dalla Croce di Cristo e dal Suo calvario in cui il bisogno vero dell'uomo è definito e valorizzato.
Per questo Vi invitiamo a vivere con noi l'esperienza della Via Crucis, memoria del sacrificio di Cristo, che celebreremo Martedì 7 Aprile alle 19,45 presso l'Istituto della suore del Divino Zelo, Annunziata alta (ingresso lato San Licandro).
Colgo l'occasione per porgervi gli auguri di una Pasqua gioiosa nella certezza che Cristo è veramente Risorto.
Prof.ssa Serenella Scuto
forse questa mia vi sorprenderà alquanto.
Non è usuale, infatti, che un insegnante scriva ai genitori dei propri allievi, se non per rammaricarsi per il rendimento insufficiente o per la disciplina. Né l'una né l'altra cosa, saranno oggetto di queste righe.
Desideravo semplicemente raccontarvi quanto sia stato importante per noi l'anno fin qui trascorso.
Lo studio più o meno fedele o fruttuoso, le ore di lezione a scuola, la giornata a Milazzo con cui abbiamo iniziato l'anno, la colletta alimentare, i pomeriggi danteschi, il dona cibo, l'esperienza con gli anziani a Colle Reale, tutto ha concorso a instaurare un rapporto tra me e i vostri figli, un rapporto educativo che introduce me e loro alla realtà.
Siamo cresciuti nell'attenzione al bisogno dell'altro e verso le nostre persone.
I ragazzi stanno maturando la coscienza che la realtà è carica di un 'ipotesi positiva, cominciano a guardare al loro domani con speranza, una speranza fondata sull ' esperienza di un presente buono per loro.
Paradossalmente, e noi adulti lo sappiamo bene, la speranza da sola non regge, va alimentata e per esserlo è necessario un lavoro, perché senza la fatica l'impeto della speranza è sempre più fioco, fino a scadere nella rassegnazione e nel fatalismo.
A questo punto giunti, desideravamo condividere con voi questo lavoro, questa fatica, che in questo tempo pasquale non può non passare dalla Croce di Cristo e dal Suo calvario in cui il bisogno vero dell'uomo è definito e valorizzato.
Per questo Vi invitiamo a vivere con noi l'esperienza della Via Crucis, memoria del sacrificio di Cristo, che celebreremo Martedì 7 Aprile alle 19,45 presso l'Istituto della suore del Divino Zelo, Annunziata alta (ingresso lato San Licandro).
Colgo l'occasione per porgervi gli auguri di una Pasqua gioiosa nella certezza che Cristo è veramente Risorto.
Prof.ssa Serenella Scuto
venerdì 27 febbraio 2009
ELUANA «CI VORREBBE UNA CAREZZA DEL NAZARENO»
«L’esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque » (Enzo Jannacci, Corriere della Sera, 6 febbraio 2009).
Ma una vita come quella di Eluana si può riempire di senso? Ha ancora significato? La morte di Eluana non ha chiuso la porta a queste domande. Anzi. Non è tutto finito, come un fallimento della speranza per chi la voleva ancora in vita, o come una liberazione per chi non riteneva più sopportabile quella situazione. Proprio ora la sfida si fa più radicale per tutti. La morte di Eluana urge come un pungolo: come ciascuno di noi ha collaborato a riempire di senso la sua vita, che contributo ha dato a coloro che erano più direttamente colpiti dalla sua malattia, cominciando da suo padre?
Quando la realtà ci mette alle strette, la nostra misura non è in grado di offrire il senso di cui abbiamo bisogno per andare avanti. Soprattutto, di fronte a circostanze dolorose e ingiuste, che non sembrano destinate a cambiare o a risolversi, viene da domandarsi: che senso ha? La vita non è forse un inganno? Il senso di vuoto avanza, se rimaniamo prigionieri della nostra ragione ridotta a misura, incapace di reggere l’urto della contraddizione. Ci troviamo smarriti e da soli con la nostra impotenza, col sospetto che in fondo tutto è niente. Possiamo «riempire di senso» una vita quando ci troviamo davanti a una persona come Eluana? Possiamo sopportare la sofferenza quando supera la nostra misura? Da soli non ce la facciamo. Occorre imbattersi nella presenza di qualcuno che sperimenti come piena di senso quella vita che noi stessi invece viviamo come un vuoto devastante.
Neanche a Cristo è stato risparmiato lo sgomento del dolore e del male, fino alla morte. Ma che cosa in Lui ha fatto la differenza? Che fosse più bravo? Che avesse più energia morale di noi? No, tanto è vero che nel momento più terribile della prova ha domandato che gli fosse risparmiata la croce. In Cristo è stato sconfitto il sospetto che la vita fosse ultimamente un fallimento: ha vinto il Suo legame col Padre. Benedetto XVI ha ricordato che per sperare «l’essere umano ha bisogno dell’amore incondizionato. Ha bisogno di quella certezza che gli fa dire: “Né morte né vita…potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù” (Rm 8,38-39). Se esiste questo amore assoluto con la sua certezza assoluta, allora – soltanto allora – l’uomo è “redento”, qualunque cosa gli accada nel caso particolare» (Spe salvi 26).
La presenza di Cristo è l’unico fatto che può dare senso al dolore e all’ingiustizia. Riconoscere la positività che vince ogni solitudine e violenza è possibile solo grazie all’incontro con persone che testimoniano che la vita vale più della malattia e della morte. Questo sono state per Eluana le suore che l’hanno accudita per tanti anni, perché, come ha detto Jannacci, anche oggi «ci vorrebbe una carezza del Nazareno, avremmo così tanto bisogno di una sua carezza», di quell’uomo che duemila anni fa ha detto, rivolgendosi alla vedova di Nain: «Donna, non piangere!».
10 febbraio 2009 Comunione e Liberazione
Ma una vita come quella di Eluana si può riempire di senso? Ha ancora significato? La morte di Eluana non ha chiuso la porta a queste domande. Anzi. Non è tutto finito, come un fallimento della speranza per chi la voleva ancora in vita, o come una liberazione per chi non riteneva più sopportabile quella situazione. Proprio ora la sfida si fa più radicale per tutti. La morte di Eluana urge come un pungolo: come ciascuno di noi ha collaborato a riempire di senso la sua vita, che contributo ha dato a coloro che erano più direttamente colpiti dalla sua malattia, cominciando da suo padre?
Quando la realtà ci mette alle strette, la nostra misura non è in grado di offrire il senso di cui abbiamo bisogno per andare avanti. Soprattutto, di fronte a circostanze dolorose e ingiuste, che non sembrano destinate a cambiare o a risolversi, viene da domandarsi: che senso ha? La vita non è forse un inganno? Il senso di vuoto avanza, se rimaniamo prigionieri della nostra ragione ridotta a misura, incapace di reggere l’urto della contraddizione. Ci troviamo smarriti e da soli con la nostra impotenza, col sospetto che in fondo tutto è niente. Possiamo «riempire di senso» una vita quando ci troviamo davanti a una persona come Eluana? Possiamo sopportare la sofferenza quando supera la nostra misura? Da soli non ce la facciamo. Occorre imbattersi nella presenza di qualcuno che sperimenti come piena di senso quella vita che noi stessi invece viviamo come un vuoto devastante.
Neanche a Cristo è stato risparmiato lo sgomento del dolore e del male, fino alla morte. Ma che cosa in Lui ha fatto la differenza? Che fosse più bravo? Che avesse più energia morale di noi? No, tanto è vero che nel momento più terribile della prova ha domandato che gli fosse risparmiata la croce. In Cristo è stato sconfitto il sospetto che la vita fosse ultimamente un fallimento: ha vinto il Suo legame col Padre. Benedetto XVI ha ricordato che per sperare «l’essere umano ha bisogno dell’amore incondizionato. Ha bisogno di quella certezza che gli fa dire: “Né morte né vita…potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù” (Rm 8,38-39). Se esiste questo amore assoluto con la sua certezza assoluta, allora – soltanto allora – l’uomo è “redento”, qualunque cosa gli accada nel caso particolare» (Spe salvi 26).
La presenza di Cristo è l’unico fatto che può dare senso al dolore e all’ingiustizia. Riconoscere la positività che vince ogni solitudine e violenza è possibile solo grazie all’incontro con persone che testimoniano che la vita vale più della malattia e della morte. Questo sono state per Eluana le suore che l’hanno accudita per tanti anni, perché, come ha detto Jannacci, anche oggi «ci vorrebbe una carezza del Nazareno, avremmo così tanto bisogno di una sua carezza», di quell’uomo che duemila anni fa ha detto, rivolgendosi alla vedova di Nain: «Donna, non piangere!».
10 febbraio 2009 Comunione e Liberazione
domenica 9 novembre 2008
GIORNATA A MILAZZO
Per seguire l’interesse della vita, per esserne gli attori:
“o protagonisti o nessuno”
…la scuola è iniziata e anche il nostro cammino….tra contestazioni e desiderio di essere protagonisti, anche noi cerchiamo ciò che corrisponde al nostro cuore….pronti per vivere meglio quest’anno un po’ particolare...
“o protagonisti o nessuno”
…la scuola è iniziata e anche il nostro cammino….tra contestazioni e desiderio di essere protagonisti, anche noi cerchiamo ciò che corrisponde al nostro cuore….pronti per vivere meglio quest’anno un po’ particolare...
…ti invitiamo a condividere con noi una giornata…giochi, canti e tant’allegria
…poi un giovane prof è disposto a rispondere alle nostre domande…
…Domenica 23 Novembre alle ore 9,45 presso sala Paladiana a Milazzo…..
…pranzo a sacco …termine previsto ore 17,30….
….prenotarsi entro Sabato 15 Novembre con caparra di 10 Euro ….
Gioventù Studentesca
venerdì 17 ottobre 2008
IL SENSO DELLA CARITATIVA
LO SCOPO
I Innanzitutto la natura nostra ci dà l'esigenza di interessarci degli altri. Quando c'è qualcosa di bello in noi, noi ci sentiamo spinti a comunicarlo agli altri. Quando si vedono altri che stanno peggio di noi, ci sentiamo spinti ad aiutarli in qualcosa di nostro. Tale esigenza è talmente originale, talmente naturale, che è in noi prima ancora che ne siamo coscienti e noi la chiamiamo giustamente legge dell'esistenza. Noi andiamo in «caritativa» per soddisfare questa esigenza.
II Quanto più noi viviamo questa esigenza e questo dovere, tanto più realizziamo noi stessi; comunicare agli altri ci dà proprio l'esperienza di completare noi stessi. Tanto è vero che, se non riusciamo a dare, ci sentiamo diminuiti. Interessarci degli altri, comunicarci agli altri, ci fa compiere il supremo, anzi unico, dovere della vita, che è realizzare noi stessi, compiere noi stessi. Noi andiamo in «caritativa» per imparare a compiere questo dovere.
III Ma Cristo ci ha fatto capire il perché profondo di tutto ciò svelandoci la legge ultima dell'essere e della vita: la carità. La legge suprema, cioè, del nostro essere è condividere l'essere degli altri, è mettere in comune se stessi. Solo Gesù Cristo ci dice tutto questo, perché Egli sa cos'è ogni cosa, che cos'è Dio da cui nasciamo, che cos'è l'Essere. Tutta la parola «carità» riesco a spiegarmela quando penso che il Figlio di Dio, amandoci, non ci ha mandato le sue ricchezze come avrebbe potuto fare, rivoluzionando la nostra situazione, ma si è fatto misero come noi, ha «condiviso» la nostra nullità. Noi andiamo in «caritativa» per imparare a vivere come Cristo.
LE CONSEGUENZE
I La carità è legge dell'essere e viene prima di ogni simpatia e di ogni commozione. Perciò il fare per gli altri è nudo e può essere privo di entusiasmo. Potrebbe benissimo non esserci nessun risultato cosiddetto «concreto» - per noi l'unico atteggiamento «concreto» è l'attenzione alla persona, la considerazione della persona, cioè l'amore. Tutto il resto può venire di conseguenza: come Gesù che dopo fece i miracoli e sfamò la gente. Due punti di partenza non chiari per la nostra apertura agli altri noi dobbiamo notare: 1. Sovvenire ai bisogni altrui. È un punto di partenza ancora incompleto! Qual è il bisogno altrui? Questa impostazione è ambigua, dipende da cosa noi crediamo che sia il bisogno altrui: e se ciò che io porto non è veramente quello di cui essi hanno bisogno? Ciò di cui hanno veramente bisogno non lo so io, non lo misuro io, non ce l'ho io. È una misura che non possiedo io: è una misura che sta in Dio. Perciò le «leggi» e le «giustizia» possono schiacciare, se dimenticassero o pretendessero sostituirlo, l'unico «concreto» che ci sia: la persona, e l'amore alla persona. 2. L'amicizia. Anche cominciare puntando sull'amicizia, con tutta l'ambiguità che ci può comportare, è incompleto. L'amicizia è una corrispondenza che si può trovare o no, un avvenimento non essenziale per la nostra azione di oggi, anche se essenziale per il nostro destino finale.
II L'andare agli altri liberamente, il condividere un po' della loro vita e il mettere in comune un po' della nostra, ci fa scoprire una cosa sublime e misteriosa (sì capisce facendo!). È la scoperta del fatto che proprio perché li amiamo, non siamo noi a farli contenti; e che neppure la più perfetta società, l'organismo legalmente più saldo e avveduto, la ricchezza più ingente, la salute più di ferro, la bellezza più pura, la civiltà più educata li potrà mai fare contenti. È un Altro che li può fare contenti. - Chi è la ragione di tutto? Chi ha fatto tutto? Dio. Allora Gesù non rimane più soltanto colui che mi annuncia la parola più vera, che mi spiega la legge della mia realtà, non è più la luce della mia mente soltanto: io scopro che Cristo è il senso della mia vita. È bellissima la testimonianza di chi ha sperimentato questo valore: «Io continuo ad andare in caritativa perché tutta la mia e la loro sofferenza hanno un senso». Sperando in Cristo, tutto ha un senso, Cristo. Questo scopro, finalmente, nell'ambito dove vado in «caritativa», proprio attraverso l'impotenza finale del mio amore: ed è l'esperienza in cui l'intelligenza affonda nella saggezza, nella cultura vera.
III Ma il Cristo è presente adesso: non «è stato», non «è nato», ma «c'è», «nasce» oggi: è la Chiesa. La Chiesa è il Cristo, presente adesso, come Lui ha voluto. E la Chiesa è la comunità di noi, proprio di noi, poveri e attaccati a Lui. Perciò la speranza ci sostiene; Dio stesso è tra noi, è presente tra noi. Uno di noi, in una discussione ha detto: «Continuo ad andare a .... perché ci siete voi». È verissimo: proprio il senso del nostro essere insieme, della comunità ecclesiale, ci fa tirare avanti oggi fra gli handicappati, negli ospizi, con chiunque è bisognoso e, domani, nella fabbrica, nella città, in Europa, nel Mondo che è così grande e Lo aspetta.
LE DIRETTIVE
Riferirsi continuamente al movimento, altrimenti è più grande il pericolo di smarrire la ricerca dell'idea profonda che ci sostiene nel fare per gli altri; e più grande è il pericolo di scoraggiamenti, stanchezza o infedeltà. La fedeltà nel fidarsi delle indicazioni del movimento e di coloro che ne sono i responsabili è il primo merito e avrà il suo frutto. Le direttive che al riguardo Comunione e Liberazione dà sono tre: 1. Sapere perché. Finché non sapremo bene, con chiarezza e semplicità il perché ultimo, lo scopo del nostro fare, fino allora non bisognerà mai stare quieti. Il nostro scopo è tirar fuori da quel che facciamo il senso, l'idea, per la quale esclusivamente potremo riuscire ad essere fedeli, quando non saremo più entusiasti o non provassimo più gusto. Occorrerà quindi dialogare nelle nostre assemblee, a gruppetti, con i responsabili della comunità, con le persone più mature e vive. Soprattutto revisionarsi ogni tanto attraverso contatti «centrali».
2. Fare per comprendere. Per capire non basta sapere, occorre fare, con quel coraggio, della libertà, che è aderire all'essere che si vede, cioè alla verità. Se la legge dell'esistenza è mettere in comune se stessi, noi dovremmo condividere tutto, ogni istante. Questa è la maturità suprema, che si chiama umanità o santità. Per educarci a questo ideale, l'esserci costretti dalle circostanze (il «dovere» nel senso solito) serve molto più difficoltosamente. È il piccolo tempo libero che mi educa; ciò che dà l'esatta misura della mia disponibilità agli altri è, l'uso di quel tempo che è solo mio, in cui posso fare «ciò che ho voglia». Ci formiamo così una mentalità, un modo quasi istintivo di concepire la vita tutta come un condividere. Il piccolo tempo libero redime tutto il resto. E, adagio adagio, andando in «caritativa» si incomincia a capire di più il compagno di banco, il papà e la mamma, il collega di lavoro. È soprattutto l'età della giovinezza il momento unico in cui possiamo con agilità, almeno normalmente, assimilare questa mentalità. Ed è solo cominciando a fare, a donare del tempo libero come integrale gesto di libertà, che la carità cristiana diventerà mentalità, convinzione, dimensione permanente. È da notare che a noi non interessa tanto la molteplicità delle attività, la quantità del tempo libero che si dedica. A noi interessa che nella nostra vita e nella nostra coscienza si affermi il principio del condividere attraverso almeno qualche gesto, anche minimo, purché sia sistematicamente messo in preventivo e realizzato. Per questo basterebbe, come inizio, anche una volta al mese. Anche per quanto riguarda la periodicità dell'impegno è bene consultare chi nella comunità può correttamente consigliarci.
3. Ordine. È il tempo libero che dobbiamo impegnare (e il più a fondo possibile). Duplice è il limite che mantiene nell'ordine la genialità del tempo libero: a) Non ledere lo studio (o il lavoro). b) Non venir meno alla discrezione in famiglia. Anche qui sarà il personale dialogo con l'autorità familiare e con l'autorità nel movimento che ti aiuterà a raggiungere un criterio per definire il tuo tempo libero.
Da "Realtà e giovinezza La sfida" SEI Luigi Giussani Pg.192-196
Caritativa
La proposta della caritativa, che a cominciare dai primissimi giessini ha coinvolto decine di migliaia di giovani e di adulti, è sempre stata motivata in modo chiaro. Non si tratta di dar corso ad azioni filantropiche o di pretendere di offrire con tali iniziative risposte esaurienti a necessità spesso vaste e complesse, bensì di imparare, attraverso la fedeltà ad un gesto esemplare, che la legge ultima dell’esistenza è la carità, la gratuità. Da tale “scuola” di gratuità è nata in Italia e nel mondo, per iniziativa libera e responsabile di ciellini o grazie alla loro collaborazione, una serie fittissima di attività piccole e grandi a scopo caritativo, nei campi più disparati: dal catechismo ai bambini in oratorio al fare compagnia agli anziani negli ospizi, dall’accoglienza in famiglia di bambini o di persone in difficoltà alla creazione di vere e proprie case-famiglia per casi difficili (ragazze-madri, tossicodipendenti, psicolabili, handicappati, malati di AIDS e terminali); dalla creazione di imprese dedicate all’inserimento lavorativo dei portatori di handicap alla fondazione di organismi non governativi per progetti di sviluppo e di assistenza nei Paesi poveri (ad esempio, AVSI in Italia, Ente riconosciuto dall’ONU, e CESAL in Spagna); dalla costituzione di Fondazioni come il Banco Alimentare (che fornisce il vitto quotidiano a quasi un milione di poveri in Italia ricavandolo dal surplus di produzione alimentare di medie e grandi industrie) alla creazione di Centri di solidarietà, ove si favorisce l’aiuto alla ricerca di lavoro per giovani (e meno giovani) disoccupati; dalla assistenza nelle carceri minorili d’Africa e d’America Latina al semplice sostegno economico di famiglie in difficoltà.Trattandosi in moltissimi casi di opere che uniscono allo scopo caritativo un’organizzazione di genere aziendale, si può dire che queste iniziative riprendano, in chiave attuale e spesso sotto l’egida di quel che viene chiamato settore non profit, la tradizione delle grandi opere caritative che ha segnato la storia della cristianità.
Dal Sito di Comunione e Liberazione
I Innanzitutto la natura nostra ci dà l'esigenza di interessarci degli altri. Quando c'è qualcosa di bello in noi, noi ci sentiamo spinti a comunicarlo agli altri. Quando si vedono altri che stanno peggio di noi, ci sentiamo spinti ad aiutarli in qualcosa di nostro. Tale esigenza è talmente originale, talmente naturale, che è in noi prima ancora che ne siamo coscienti e noi la chiamiamo giustamente legge dell'esistenza. Noi andiamo in «caritativa» per soddisfare questa esigenza.
II Quanto più noi viviamo questa esigenza e questo dovere, tanto più realizziamo noi stessi; comunicare agli altri ci dà proprio l'esperienza di completare noi stessi. Tanto è vero che, se non riusciamo a dare, ci sentiamo diminuiti. Interessarci degli altri, comunicarci agli altri, ci fa compiere il supremo, anzi unico, dovere della vita, che è realizzare noi stessi, compiere noi stessi. Noi andiamo in «caritativa» per imparare a compiere questo dovere.
III Ma Cristo ci ha fatto capire il perché profondo di tutto ciò svelandoci la legge ultima dell'essere e della vita: la carità. La legge suprema, cioè, del nostro essere è condividere l'essere degli altri, è mettere in comune se stessi. Solo Gesù Cristo ci dice tutto questo, perché Egli sa cos'è ogni cosa, che cos'è Dio da cui nasciamo, che cos'è l'Essere. Tutta la parola «carità» riesco a spiegarmela quando penso che il Figlio di Dio, amandoci, non ci ha mandato le sue ricchezze come avrebbe potuto fare, rivoluzionando la nostra situazione, ma si è fatto misero come noi, ha «condiviso» la nostra nullità. Noi andiamo in «caritativa» per imparare a vivere come Cristo.
LE CONSEGUENZE
I La carità è legge dell'essere e viene prima di ogni simpatia e di ogni commozione. Perciò il fare per gli altri è nudo e può essere privo di entusiasmo. Potrebbe benissimo non esserci nessun risultato cosiddetto «concreto» - per noi l'unico atteggiamento «concreto» è l'attenzione alla persona, la considerazione della persona, cioè l'amore. Tutto il resto può venire di conseguenza: come Gesù che dopo fece i miracoli e sfamò la gente. Due punti di partenza non chiari per la nostra apertura agli altri noi dobbiamo notare: 1. Sovvenire ai bisogni altrui. È un punto di partenza ancora incompleto! Qual è il bisogno altrui? Questa impostazione è ambigua, dipende da cosa noi crediamo che sia il bisogno altrui: e se ciò che io porto non è veramente quello di cui essi hanno bisogno? Ciò di cui hanno veramente bisogno non lo so io, non lo misuro io, non ce l'ho io. È una misura che non possiedo io: è una misura che sta in Dio. Perciò le «leggi» e le «giustizia» possono schiacciare, se dimenticassero o pretendessero sostituirlo, l'unico «concreto» che ci sia: la persona, e l'amore alla persona. 2. L'amicizia. Anche cominciare puntando sull'amicizia, con tutta l'ambiguità che ci può comportare, è incompleto. L'amicizia è una corrispondenza che si può trovare o no, un avvenimento non essenziale per la nostra azione di oggi, anche se essenziale per il nostro destino finale.
II L'andare agli altri liberamente, il condividere un po' della loro vita e il mettere in comune un po' della nostra, ci fa scoprire una cosa sublime e misteriosa (sì capisce facendo!). È la scoperta del fatto che proprio perché li amiamo, non siamo noi a farli contenti; e che neppure la più perfetta società, l'organismo legalmente più saldo e avveduto, la ricchezza più ingente, la salute più di ferro, la bellezza più pura, la civiltà più educata li potrà mai fare contenti. È un Altro che li può fare contenti. - Chi è la ragione di tutto? Chi ha fatto tutto? Dio. Allora Gesù non rimane più soltanto colui che mi annuncia la parola più vera, che mi spiega la legge della mia realtà, non è più la luce della mia mente soltanto: io scopro che Cristo è il senso della mia vita. È bellissima la testimonianza di chi ha sperimentato questo valore: «Io continuo ad andare in caritativa perché tutta la mia e la loro sofferenza hanno un senso». Sperando in Cristo, tutto ha un senso, Cristo. Questo scopro, finalmente, nell'ambito dove vado in «caritativa», proprio attraverso l'impotenza finale del mio amore: ed è l'esperienza in cui l'intelligenza affonda nella saggezza, nella cultura vera.
III Ma il Cristo è presente adesso: non «è stato», non «è nato», ma «c'è», «nasce» oggi: è la Chiesa. La Chiesa è il Cristo, presente adesso, come Lui ha voluto. E la Chiesa è la comunità di noi, proprio di noi, poveri e attaccati a Lui. Perciò la speranza ci sostiene; Dio stesso è tra noi, è presente tra noi. Uno di noi, in una discussione ha detto: «Continuo ad andare a .... perché ci siete voi». È verissimo: proprio il senso del nostro essere insieme, della comunità ecclesiale, ci fa tirare avanti oggi fra gli handicappati, negli ospizi, con chiunque è bisognoso e, domani, nella fabbrica, nella città, in Europa, nel Mondo che è così grande e Lo aspetta.
LE DIRETTIVE
Riferirsi continuamente al movimento, altrimenti è più grande il pericolo di smarrire la ricerca dell'idea profonda che ci sostiene nel fare per gli altri; e più grande è il pericolo di scoraggiamenti, stanchezza o infedeltà. La fedeltà nel fidarsi delle indicazioni del movimento e di coloro che ne sono i responsabili è il primo merito e avrà il suo frutto. Le direttive che al riguardo Comunione e Liberazione dà sono tre: 1. Sapere perché. Finché non sapremo bene, con chiarezza e semplicità il perché ultimo, lo scopo del nostro fare, fino allora non bisognerà mai stare quieti. Il nostro scopo è tirar fuori da quel che facciamo il senso, l'idea, per la quale esclusivamente potremo riuscire ad essere fedeli, quando non saremo più entusiasti o non provassimo più gusto. Occorrerà quindi dialogare nelle nostre assemblee, a gruppetti, con i responsabili della comunità, con le persone più mature e vive. Soprattutto revisionarsi ogni tanto attraverso contatti «centrali».
2. Fare per comprendere. Per capire non basta sapere, occorre fare, con quel coraggio, della libertà, che è aderire all'essere che si vede, cioè alla verità. Se la legge dell'esistenza è mettere in comune se stessi, noi dovremmo condividere tutto, ogni istante. Questa è la maturità suprema, che si chiama umanità o santità. Per educarci a questo ideale, l'esserci costretti dalle circostanze (il «dovere» nel senso solito) serve molto più difficoltosamente. È il piccolo tempo libero che mi educa; ciò che dà l'esatta misura della mia disponibilità agli altri è, l'uso di quel tempo che è solo mio, in cui posso fare «ciò che ho voglia». Ci formiamo così una mentalità, un modo quasi istintivo di concepire la vita tutta come un condividere. Il piccolo tempo libero redime tutto il resto. E, adagio adagio, andando in «caritativa» si incomincia a capire di più il compagno di banco, il papà e la mamma, il collega di lavoro. È soprattutto l'età della giovinezza il momento unico in cui possiamo con agilità, almeno normalmente, assimilare questa mentalità. Ed è solo cominciando a fare, a donare del tempo libero come integrale gesto di libertà, che la carità cristiana diventerà mentalità, convinzione, dimensione permanente. È da notare che a noi non interessa tanto la molteplicità delle attività, la quantità del tempo libero che si dedica. A noi interessa che nella nostra vita e nella nostra coscienza si affermi il principio del condividere attraverso almeno qualche gesto, anche minimo, purché sia sistematicamente messo in preventivo e realizzato. Per questo basterebbe, come inizio, anche una volta al mese. Anche per quanto riguarda la periodicità dell'impegno è bene consultare chi nella comunità può correttamente consigliarci.
3. Ordine. È il tempo libero che dobbiamo impegnare (e il più a fondo possibile). Duplice è il limite che mantiene nell'ordine la genialità del tempo libero: a) Non ledere lo studio (o il lavoro). b) Non venir meno alla discrezione in famiglia. Anche qui sarà il personale dialogo con l'autorità familiare e con l'autorità nel movimento che ti aiuterà a raggiungere un criterio per definire il tuo tempo libero.
Da "Realtà e giovinezza La sfida" SEI Luigi Giussani Pg.192-196
Caritativa
La proposta della caritativa, che a cominciare dai primissimi giessini ha coinvolto decine di migliaia di giovani e di adulti, è sempre stata motivata in modo chiaro. Non si tratta di dar corso ad azioni filantropiche o di pretendere di offrire con tali iniziative risposte esaurienti a necessità spesso vaste e complesse, bensì di imparare, attraverso la fedeltà ad un gesto esemplare, che la legge ultima dell’esistenza è la carità, la gratuità. Da tale “scuola” di gratuità è nata in Italia e nel mondo, per iniziativa libera e responsabile di ciellini o grazie alla loro collaborazione, una serie fittissima di attività piccole e grandi a scopo caritativo, nei campi più disparati: dal catechismo ai bambini in oratorio al fare compagnia agli anziani negli ospizi, dall’accoglienza in famiglia di bambini o di persone in difficoltà alla creazione di vere e proprie case-famiglia per casi difficili (ragazze-madri, tossicodipendenti, psicolabili, handicappati, malati di AIDS e terminali); dalla creazione di imprese dedicate all’inserimento lavorativo dei portatori di handicap alla fondazione di organismi non governativi per progetti di sviluppo e di assistenza nei Paesi poveri (ad esempio, AVSI in Italia, Ente riconosciuto dall’ONU, e CESAL in Spagna); dalla costituzione di Fondazioni come il Banco Alimentare (che fornisce il vitto quotidiano a quasi un milione di poveri in Italia ricavandolo dal surplus di produzione alimentare di medie e grandi industrie) alla creazione di Centri di solidarietà, ove si favorisce l’aiuto alla ricerca di lavoro per giovani (e meno giovani) disoccupati; dalla assistenza nelle carceri minorili d’Africa e d’America Latina al semplice sostegno economico di famiglie in difficoltà.Trattandosi in moltissimi casi di opere che uniscono allo scopo caritativo un’organizzazione di genere aziendale, si può dire che queste iniziative riprendano, in chiave attuale e spesso sotto l’egida di quel che viene chiamato settore non profit, la tradizione delle grandi opere caritative che ha segnato la storia della cristianità.
Dal Sito di Comunione e Liberazione
Incontro GS di Sabato 18
Ciao a tutti,
Sabato alle 16, in sede, ci incontriamo su uno dei temi più belli di GS: la Caritativa. Leggete il testo seguente e preparatevi all’incontro.
“[…]Quando c'è qualcosa di bello in noi, noi ci sentiamo spinti a comunicarlo agli altri. Quando si vedono altri che stanno peggio di noi, ci sentiamo spinti ad aiutarli in qualcosa di nostro. Tale esigenza è talmente originale, talmente naturale, che è in noi prima ancora che ne siamo coscienti e noi la chiamiamo giustamente legge dell'esistenza. […]
Quanto più noi viviamo questa esigenza e questo dovere, tanto più realizziamo noi stessi; comunicare agli altri ci dà proprio l'esperienza di completare noi stessi. […]
Interessarci degli altri, comunicarci agli altri, ci fa compiere il supremo, anzi unico, dovere della vita, che è realizzare noi stessi, compiere noi stessi. […]
La legge suprema, cioè, del nostro essere è condividere l'essere degli altri, è mettere in comune se stessi. […]”
(Luigi Giussani – “Il senso della caritativa”)
In che modo queste parole trovano riscontro nella tua esperienza?
Cosa può aiutarci a costruire la nostra umanità, e quindi a realizzare pienamente noi stessi?
I canti che pensavamo sono:
La canzone della Bassa (Pag. 82 del Libro dei canti nuovo)
Balada de caridade (Pag. 70 del Libro dei canti nuovo)
E mi veniva in mente anche
Mattone su mattone (Pag. 86 del Libro dei canti nuovo)
In allegato vi metto tutto il Libretto di Giussani: Il Senso della Caritativa
Buon Lavoro da Filippo
Sabato alle 16, in sede, ci incontriamo su uno dei temi più belli di GS: la Caritativa. Leggete il testo seguente e preparatevi all’incontro.
“[…]Quando c'è qualcosa di bello in noi, noi ci sentiamo spinti a comunicarlo agli altri. Quando si vedono altri che stanno peggio di noi, ci sentiamo spinti ad aiutarli in qualcosa di nostro. Tale esigenza è talmente originale, talmente naturale, che è in noi prima ancora che ne siamo coscienti e noi la chiamiamo giustamente legge dell'esistenza. […]
Quanto più noi viviamo questa esigenza e questo dovere, tanto più realizziamo noi stessi; comunicare agli altri ci dà proprio l'esperienza di completare noi stessi. […]
Interessarci degli altri, comunicarci agli altri, ci fa compiere il supremo, anzi unico, dovere della vita, che è realizzare noi stessi, compiere noi stessi. […]
La legge suprema, cioè, del nostro essere è condividere l'essere degli altri, è mettere in comune se stessi. […]”
(Luigi Giussani – “Il senso della caritativa”)
In che modo queste parole trovano riscontro nella tua esperienza?
Cosa può aiutarci a costruire la nostra umanità, e quindi a realizzare pienamente noi stessi?
I canti che pensavamo sono:
La canzone della Bassa (Pag. 82 del Libro dei canti nuovo)
Balada de caridade (Pag. 70 del Libro dei canti nuovo)
E mi veniva in mente anche
Mattone su mattone (Pag. 86 del Libro dei canti nuovo)
In allegato vi metto tutto il Libretto di Giussani: Il Senso della Caritativa
Buon Lavoro da Filippo
domenica 31 agosto 2008
O PROTAGONISTI O NESSUNO
“O protagonisti o nessuno”, dice il titolo del Meeting 2008, mettendo a tema la più drammatica delle alternative, quella che brucia sulla pelle di ciascuno: il bivio tra la riuscita di una vita, la sua perfezione e il suo fallimento; tra il desiderio di emergere, di affermarsi e l’amara delusione del sentirsi nullità, numero o rotellina di un ingranaggio.
Anni fa aveva suscitato scalpore l’episodio narrato da Marco Lodoli in un articolo su “La Repubblica”: “La ragazza raccontava di volersi comprare un paio di mutande di Dolce e Gabbana, con quei nomi stampati sull’elastico che deve occhieggiare bene in vista fuori dai pantaloni a vita bassa. Io le obiettavo che lungo la Tuscolana, alle sei di pomeriggio, passeggiano decine e decine di ragazze vestite così.
Non è un po’ triste ripetere le scelte di tutti, rinunciare ad avere una personalità, arrendersi a una moda pensata da altri? E da bravo professore un po’ pedante le citavo una frase di Jung:“Una vita che non si individua è una vita sprecata”. Insomma, facevo la mia solita parte di insegnante che depreca la cultura di massa e invita ogni studente a cercare la propria strada, perché tutti abbiamo una strada da compiere.
A questo punto lei mi ha esposto il suo ragionamento, chiaro e scioccante: “Professore, ma non ha capito che oggi solo pochissimi possono permettersi di avere una personalità? I cantanti, i calciatori, le attrici, la gente che sta in televisione, loro esistono veramente e fanno quello che vogliono, ma tutti gli altri non sono niente e non saranno mai niente. Io l’ho capito fin da quando ero piccola così. La nostra sarà una vita inutile. Mi fanno ridere le mie amiche che discutono se nella loro comitiva è meglio quel ragazzo moro o quell’altro biondo. Non cambia niente, sono due nullità identiche. Noi possiamo solo comprarci delle mutande uguali a quelle di tutti gli altri, non abbiamo nessuna speranza di distinguerci. Noi siamo la massa informe”.
Don Giussani, riflettendo sulla condizione umana, raccontava l’impressione in lui suscitata dalla lettura del Salmo 8: “Quando sono entrato in seminario, a dieci anni, una delle cose che più mi ha colpito, i primi giorni, leggendo il piccolo breviario della Santissima Vergine, come si usava allora, nel Salmo 8, è stato sentirmi dire, insieme agli altri piccoli compagni: «Che cosa è mai l’uomo perché te ne ricordi?». Da allora questa frase mi è rimasta impressa nel cuore: «E il figlio dell’uomo perché te ne curi?». Infatti anche allora mi parve evidente che l’uomo è come un fuscello dentro un vortice, una fragilità grande, come un grano di polvere sotto il vento, sotto i colpi del vento. E non è solo una fragilità: in noi è anche un’incoerenza, e perciò una dissipazione di forze e una divisione di sé, così che uno non riesce ad acchiappare tutto per farlo una unità.
L’uomo è proprio povero! Chi, alla fine di una giornata, sente la sua energia umana come protagonista riuscito nello sforzo umano della giornata passata? Nessuno. Allora è per questo che noi ci abbandoniamo tanto alla distrazione e alla smemoratezza: per evitare la delusione.”
Chi o che cosa può salvare l’uomo dal senso di futilità e di inutilità che viene a galla nelle sue giornate, e che spesso colora di sé i bilanci di una vita?
“Il titolo del Meeting 2008 vuole riflettere sul concetto di persona ponendo innanzitutto una sfida e al tempo stesso una provocazione alla mentalità dominante:
“Chi è il protagonista oggi?”. Il protagonista è un moderno divo che ricerca nella propria illusoria autonomia, nella rescissione di ogni legame, la propria felicità, rischiando l’inevitabile omologazione che gli deriva da un effimero successo mondano? Oppure il protagonista è un uomo stupito che fa la scoperta commovente dell’unicità e dell’irripetibilità che caratterizzano il proprio volto e che, in virtù di questo riconoscimento, è in rapporto con il proprio destino dentro alla realtà di ogni giorno?” (Anteprima Meeting).
“Crocevia tra l’essere e il nulla”: la provocazione del Meeting non poteva essere più radicale.
Siamo alle frontiere della battaglia per l’umano, come sottolinea in una intervista Marco Bersanelli, nel numero estivo di “Tracce” 2008: “C’è un rischio globale di cui non si parla e che forse è ancora più insidioso [dei rischi ambientali del nostro secolo]: il rischio dello svuotamento della persona, della scomparsa dell’io. E’ sempre più raro trovare persone che percepiscono il senso della propria irriducibilità, dell’unicità di ogni esistenza umana... In un mare infinito di possibilità equivalenti siamo apparentemente più liberi, ma in mancanza di un invito alla persona, in realtà, siamo ancora più confusi. La persona è umiliata, non percepisce uno scopo, al punto che per sentire di esistere crede di doversi sacrificare per qualche briciola del potere e della fama che alcuni fortunati hanno a tonnellate”. Chi è allora il “protagonista”? E’ sempre Bersanelli a introdurre una risposta, che il Meeting si incaricherà di svolgere:
“Protagonista è l’uomo libero, consapevole di se stesso nel rapporto con il reale. Significa sorprendere nella propria esperienza qualcosa di irriducibile, un’attesa, una capacità di infinito che sfonda qualunque riduzione sociologica o pseudo-scientifica, e che ci fa ribellare a qualunque schema che pretenda di definire la persona... Questa coscienza di sé... è ridestata da qualcosa che capita fuori di noi, da un incontro. Ciò che fa ritrovare se stessi è un amore incontrato, una presenza in cui ci si imbatte e che afferma gratuitamente il tuo essere. Uno che si sente guardato così diventa un soggetto instancabile, un protagonista di positività, tenderà a costruire pezzi di mondo migliore nelle circostanze che vive, magari senza accorgersene.”
Da quando il cristianesimo è entrato nel mondo, questo “protagonista” vive per grazia nella storia e si può incontrare! Consapevolezza di sé, gratitudine e operosità lo contraddistinguono. E’ il camminatore instancabile che comincia a rispondere all’invito così formulato da Giovanni Paolo II: “Non lasciatevi vivere, ma prendete nelle vostre mani la vostra vita e vogliate decidere di farne un autentico e personale capolavoro!” (Genova, Discorso ai giovani, 22 settembre 1985).
Autore: Leonardi, Enrico Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
Anni fa aveva suscitato scalpore l’episodio narrato da Marco Lodoli in un articolo su “La Repubblica”: “La ragazza raccontava di volersi comprare un paio di mutande di Dolce e Gabbana, con quei nomi stampati sull’elastico che deve occhieggiare bene in vista fuori dai pantaloni a vita bassa. Io le obiettavo che lungo la Tuscolana, alle sei di pomeriggio, passeggiano decine e decine di ragazze vestite così.
Non è un po’ triste ripetere le scelte di tutti, rinunciare ad avere una personalità, arrendersi a una moda pensata da altri? E da bravo professore un po’ pedante le citavo una frase di Jung:“Una vita che non si individua è una vita sprecata”. Insomma, facevo la mia solita parte di insegnante che depreca la cultura di massa e invita ogni studente a cercare la propria strada, perché tutti abbiamo una strada da compiere.
A questo punto lei mi ha esposto il suo ragionamento, chiaro e scioccante: “Professore, ma non ha capito che oggi solo pochissimi possono permettersi di avere una personalità? I cantanti, i calciatori, le attrici, la gente che sta in televisione, loro esistono veramente e fanno quello che vogliono, ma tutti gli altri non sono niente e non saranno mai niente. Io l’ho capito fin da quando ero piccola così. La nostra sarà una vita inutile. Mi fanno ridere le mie amiche che discutono se nella loro comitiva è meglio quel ragazzo moro o quell’altro biondo. Non cambia niente, sono due nullità identiche. Noi possiamo solo comprarci delle mutande uguali a quelle di tutti gli altri, non abbiamo nessuna speranza di distinguerci. Noi siamo la massa informe”.
Don Giussani, riflettendo sulla condizione umana, raccontava l’impressione in lui suscitata dalla lettura del Salmo 8: “Quando sono entrato in seminario, a dieci anni, una delle cose che più mi ha colpito, i primi giorni, leggendo il piccolo breviario della Santissima Vergine, come si usava allora, nel Salmo 8, è stato sentirmi dire, insieme agli altri piccoli compagni: «Che cosa è mai l’uomo perché te ne ricordi?». Da allora questa frase mi è rimasta impressa nel cuore: «E il figlio dell’uomo perché te ne curi?». Infatti anche allora mi parve evidente che l’uomo è come un fuscello dentro un vortice, una fragilità grande, come un grano di polvere sotto il vento, sotto i colpi del vento. E non è solo una fragilità: in noi è anche un’incoerenza, e perciò una dissipazione di forze e una divisione di sé, così che uno non riesce ad acchiappare tutto per farlo una unità.
L’uomo è proprio povero! Chi, alla fine di una giornata, sente la sua energia umana come protagonista riuscito nello sforzo umano della giornata passata? Nessuno. Allora è per questo che noi ci abbandoniamo tanto alla distrazione e alla smemoratezza: per evitare la delusione.”
Chi o che cosa può salvare l’uomo dal senso di futilità e di inutilità che viene a galla nelle sue giornate, e che spesso colora di sé i bilanci di una vita?
“Il titolo del Meeting 2008 vuole riflettere sul concetto di persona ponendo innanzitutto una sfida e al tempo stesso una provocazione alla mentalità dominante:
“Chi è il protagonista oggi?”. Il protagonista è un moderno divo che ricerca nella propria illusoria autonomia, nella rescissione di ogni legame, la propria felicità, rischiando l’inevitabile omologazione che gli deriva da un effimero successo mondano? Oppure il protagonista è un uomo stupito che fa la scoperta commovente dell’unicità e dell’irripetibilità che caratterizzano il proprio volto e che, in virtù di questo riconoscimento, è in rapporto con il proprio destino dentro alla realtà di ogni giorno?” (Anteprima Meeting).
“Crocevia tra l’essere e il nulla”: la provocazione del Meeting non poteva essere più radicale.
Siamo alle frontiere della battaglia per l’umano, come sottolinea in una intervista Marco Bersanelli, nel numero estivo di “Tracce” 2008: “C’è un rischio globale di cui non si parla e che forse è ancora più insidioso [dei rischi ambientali del nostro secolo]: il rischio dello svuotamento della persona, della scomparsa dell’io. E’ sempre più raro trovare persone che percepiscono il senso della propria irriducibilità, dell’unicità di ogni esistenza umana... In un mare infinito di possibilità equivalenti siamo apparentemente più liberi, ma in mancanza di un invito alla persona, in realtà, siamo ancora più confusi. La persona è umiliata, non percepisce uno scopo, al punto che per sentire di esistere crede di doversi sacrificare per qualche briciola del potere e della fama che alcuni fortunati hanno a tonnellate”. Chi è allora il “protagonista”? E’ sempre Bersanelli a introdurre una risposta, che il Meeting si incaricherà di svolgere:
“Protagonista è l’uomo libero, consapevole di se stesso nel rapporto con il reale. Significa sorprendere nella propria esperienza qualcosa di irriducibile, un’attesa, una capacità di infinito che sfonda qualunque riduzione sociologica o pseudo-scientifica, e che ci fa ribellare a qualunque schema che pretenda di definire la persona... Questa coscienza di sé... è ridestata da qualcosa che capita fuori di noi, da un incontro. Ciò che fa ritrovare se stessi è un amore incontrato, una presenza in cui ci si imbatte e che afferma gratuitamente il tuo essere. Uno che si sente guardato così diventa un soggetto instancabile, un protagonista di positività, tenderà a costruire pezzi di mondo migliore nelle circostanze che vive, magari senza accorgersene.”
Da quando il cristianesimo è entrato nel mondo, questo “protagonista” vive per grazia nella storia e si può incontrare! Consapevolezza di sé, gratitudine e operosità lo contraddistinguono. E’ il camminatore instancabile che comincia a rispondere all’invito così formulato da Giovanni Paolo II: “Non lasciatevi vivere, ma prendete nelle vostre mani la vostra vita e vogliate decidere di farne un autentico e personale capolavoro!” (Genova, Discorso ai giovani, 22 settembre 1985).
Autore: Leonardi, Enrico Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
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