lunedì 18 maggio 2009
TRIDUO GS TESTIMONIANZE
Due belle lettere di testimonianza di gs dopo il triduo, pubblicate sul TRACCE di Maggio 2009 a pag.79
domenica 29 marzo 2009
Invito ai genitori
Cari genitori,
forse questa mia vi sorprenderà alquanto.
Non è usuale, infatti, che un insegnante scriva ai genitori dei propri allievi, se non per rammaricarsi per il rendimento insufficiente o per la disciplina. Né l'una né l'altra cosa, saranno oggetto di queste righe.
Desideravo semplicemente raccontarvi quanto sia stato importante per noi l'anno fin qui trascorso.
Lo studio più o meno fedele o fruttuoso, le ore di lezione a scuola, la giornata a Milazzo con cui abbiamo iniziato l'anno, la colletta alimentare, i pomeriggi danteschi, il dona cibo, l'esperienza con gli anziani a Colle Reale, tutto ha concorso a instaurare un rapporto tra me e i vostri figli, un rapporto educativo che introduce me e loro alla realtà.
Siamo cresciuti nell'attenzione al bisogno dell'altro e verso le nostre persone.
I ragazzi stanno maturando la coscienza che la realtà è carica di un 'ipotesi positiva, cominciano a guardare al loro domani con speranza, una speranza fondata sull ' esperienza di un presente buono per loro.
Paradossalmente, e noi adulti lo sappiamo bene, la speranza da sola non regge, va alimentata e per esserlo è necessario un lavoro, perché senza la fatica l'impeto della speranza è sempre più fioco, fino a scadere nella rassegnazione e nel fatalismo.
A questo punto giunti, desideravamo condividere con voi questo lavoro, questa fatica, che in questo tempo pasquale non può non passare dalla Croce di Cristo e dal Suo calvario in cui il bisogno vero dell'uomo è definito e valorizzato.
Per questo Vi invitiamo a vivere con noi l'esperienza della Via Crucis, memoria del sacrificio di Cristo, che celebreremo Martedì 7 Aprile alle 19,45 presso l'Istituto della suore del Divino Zelo, Annunziata alta (ingresso lato San Licandro).
Colgo l'occasione per porgervi gli auguri di una Pasqua gioiosa nella certezza che Cristo è veramente Risorto.
Prof.ssa Serenella Scuto
forse questa mia vi sorprenderà alquanto.
Non è usuale, infatti, che un insegnante scriva ai genitori dei propri allievi, se non per rammaricarsi per il rendimento insufficiente o per la disciplina. Né l'una né l'altra cosa, saranno oggetto di queste righe.
Desideravo semplicemente raccontarvi quanto sia stato importante per noi l'anno fin qui trascorso.
Lo studio più o meno fedele o fruttuoso, le ore di lezione a scuola, la giornata a Milazzo con cui abbiamo iniziato l'anno, la colletta alimentare, i pomeriggi danteschi, il dona cibo, l'esperienza con gli anziani a Colle Reale, tutto ha concorso a instaurare un rapporto tra me e i vostri figli, un rapporto educativo che introduce me e loro alla realtà.
Siamo cresciuti nell'attenzione al bisogno dell'altro e verso le nostre persone.
I ragazzi stanno maturando la coscienza che la realtà è carica di un 'ipotesi positiva, cominciano a guardare al loro domani con speranza, una speranza fondata sull ' esperienza di un presente buono per loro.
Paradossalmente, e noi adulti lo sappiamo bene, la speranza da sola non regge, va alimentata e per esserlo è necessario un lavoro, perché senza la fatica l'impeto della speranza è sempre più fioco, fino a scadere nella rassegnazione e nel fatalismo.
A questo punto giunti, desideravamo condividere con voi questo lavoro, questa fatica, che in questo tempo pasquale non può non passare dalla Croce di Cristo e dal Suo calvario in cui il bisogno vero dell'uomo è definito e valorizzato.
Per questo Vi invitiamo a vivere con noi l'esperienza della Via Crucis, memoria del sacrificio di Cristo, che celebreremo Martedì 7 Aprile alle 19,45 presso l'Istituto della suore del Divino Zelo, Annunziata alta (ingresso lato San Licandro).
Colgo l'occasione per porgervi gli auguri di una Pasqua gioiosa nella certezza che Cristo è veramente Risorto.
Prof.ssa Serenella Scuto
venerdì 27 febbraio 2009
ELUANA «CI VORREBBE UNA CAREZZA DEL NAZARENO»
«L’esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque » (Enzo Jannacci, Corriere della Sera, 6 febbraio 2009).
Ma una vita come quella di Eluana si può riempire di senso? Ha ancora significato? La morte di Eluana non ha chiuso la porta a queste domande. Anzi. Non è tutto finito, come un fallimento della speranza per chi la voleva ancora in vita, o come una liberazione per chi non riteneva più sopportabile quella situazione. Proprio ora la sfida si fa più radicale per tutti. La morte di Eluana urge come un pungolo: come ciascuno di noi ha collaborato a riempire di senso la sua vita, che contributo ha dato a coloro che erano più direttamente colpiti dalla sua malattia, cominciando da suo padre?
Quando la realtà ci mette alle strette, la nostra misura non è in grado di offrire il senso di cui abbiamo bisogno per andare avanti. Soprattutto, di fronte a circostanze dolorose e ingiuste, che non sembrano destinate a cambiare o a risolversi, viene da domandarsi: che senso ha? La vita non è forse un inganno? Il senso di vuoto avanza, se rimaniamo prigionieri della nostra ragione ridotta a misura, incapace di reggere l’urto della contraddizione. Ci troviamo smarriti e da soli con la nostra impotenza, col sospetto che in fondo tutto è niente. Possiamo «riempire di senso» una vita quando ci troviamo davanti a una persona come Eluana? Possiamo sopportare la sofferenza quando supera la nostra misura? Da soli non ce la facciamo. Occorre imbattersi nella presenza di qualcuno che sperimenti come piena di senso quella vita che noi stessi invece viviamo come un vuoto devastante.
Neanche a Cristo è stato risparmiato lo sgomento del dolore e del male, fino alla morte. Ma che cosa in Lui ha fatto la differenza? Che fosse più bravo? Che avesse più energia morale di noi? No, tanto è vero che nel momento più terribile della prova ha domandato che gli fosse risparmiata la croce. In Cristo è stato sconfitto il sospetto che la vita fosse ultimamente un fallimento: ha vinto il Suo legame col Padre. Benedetto XVI ha ricordato che per sperare «l’essere umano ha bisogno dell’amore incondizionato. Ha bisogno di quella certezza che gli fa dire: “Né morte né vita…potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù” (Rm 8,38-39). Se esiste questo amore assoluto con la sua certezza assoluta, allora – soltanto allora – l’uomo è “redento”, qualunque cosa gli accada nel caso particolare» (Spe salvi 26).
La presenza di Cristo è l’unico fatto che può dare senso al dolore e all’ingiustizia. Riconoscere la positività che vince ogni solitudine e violenza è possibile solo grazie all’incontro con persone che testimoniano che la vita vale più della malattia e della morte. Questo sono state per Eluana le suore che l’hanno accudita per tanti anni, perché, come ha detto Jannacci, anche oggi «ci vorrebbe una carezza del Nazareno, avremmo così tanto bisogno di una sua carezza», di quell’uomo che duemila anni fa ha detto, rivolgendosi alla vedova di Nain: «Donna, non piangere!».
10 febbraio 2009 Comunione e Liberazione
Ma una vita come quella di Eluana si può riempire di senso? Ha ancora significato? La morte di Eluana non ha chiuso la porta a queste domande. Anzi. Non è tutto finito, come un fallimento della speranza per chi la voleva ancora in vita, o come una liberazione per chi non riteneva più sopportabile quella situazione. Proprio ora la sfida si fa più radicale per tutti. La morte di Eluana urge come un pungolo: come ciascuno di noi ha collaborato a riempire di senso la sua vita, che contributo ha dato a coloro che erano più direttamente colpiti dalla sua malattia, cominciando da suo padre?
Quando la realtà ci mette alle strette, la nostra misura non è in grado di offrire il senso di cui abbiamo bisogno per andare avanti. Soprattutto, di fronte a circostanze dolorose e ingiuste, che non sembrano destinate a cambiare o a risolversi, viene da domandarsi: che senso ha? La vita non è forse un inganno? Il senso di vuoto avanza, se rimaniamo prigionieri della nostra ragione ridotta a misura, incapace di reggere l’urto della contraddizione. Ci troviamo smarriti e da soli con la nostra impotenza, col sospetto che in fondo tutto è niente. Possiamo «riempire di senso» una vita quando ci troviamo davanti a una persona come Eluana? Possiamo sopportare la sofferenza quando supera la nostra misura? Da soli non ce la facciamo. Occorre imbattersi nella presenza di qualcuno che sperimenti come piena di senso quella vita che noi stessi invece viviamo come un vuoto devastante.
Neanche a Cristo è stato risparmiato lo sgomento del dolore e del male, fino alla morte. Ma che cosa in Lui ha fatto la differenza? Che fosse più bravo? Che avesse più energia morale di noi? No, tanto è vero che nel momento più terribile della prova ha domandato che gli fosse risparmiata la croce. In Cristo è stato sconfitto il sospetto che la vita fosse ultimamente un fallimento: ha vinto il Suo legame col Padre. Benedetto XVI ha ricordato che per sperare «l’essere umano ha bisogno dell’amore incondizionato. Ha bisogno di quella certezza che gli fa dire: “Né morte né vita…potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù” (Rm 8,38-39). Se esiste questo amore assoluto con la sua certezza assoluta, allora – soltanto allora – l’uomo è “redento”, qualunque cosa gli accada nel caso particolare» (Spe salvi 26).
La presenza di Cristo è l’unico fatto che può dare senso al dolore e all’ingiustizia. Riconoscere la positività che vince ogni solitudine e violenza è possibile solo grazie all’incontro con persone che testimoniano che la vita vale più della malattia e della morte. Questo sono state per Eluana le suore che l’hanno accudita per tanti anni, perché, come ha detto Jannacci, anche oggi «ci vorrebbe una carezza del Nazareno, avremmo così tanto bisogno di una sua carezza», di quell’uomo che duemila anni fa ha detto, rivolgendosi alla vedova di Nain: «Donna, non piangere!».
10 febbraio 2009 Comunione e Liberazione
domenica 9 novembre 2008
GIORNATA A MILAZZO
Per seguire l’interesse della vita, per esserne gli attori:
“o protagonisti o nessuno”
…la scuola è iniziata e anche il nostro cammino….tra contestazioni e desiderio di essere protagonisti, anche noi cerchiamo ciò che corrisponde al nostro cuore….pronti per vivere meglio quest’anno un po’ particolare...
“o protagonisti o nessuno”
…la scuola è iniziata e anche il nostro cammino….tra contestazioni e desiderio di essere protagonisti, anche noi cerchiamo ciò che corrisponde al nostro cuore….pronti per vivere meglio quest’anno un po’ particolare...
…ti invitiamo a condividere con noi una giornata…giochi, canti e tant’allegria
…poi un giovane prof è disposto a rispondere alle nostre domande…
…Domenica 23 Novembre alle ore 9,45 presso sala Paladiana a Milazzo…..
…pranzo a sacco …termine previsto ore 17,30….
….prenotarsi entro Sabato 15 Novembre con caparra di 10 Euro ….
Gioventù Studentesca
venerdì 17 ottobre 2008
IL SENSO DELLA CARITATIVA
LO SCOPO
I Innanzitutto la natura nostra ci dà l'esigenza di interessarci degli altri. Quando c'è qualcosa di bello in noi, noi ci sentiamo spinti a comunicarlo agli altri. Quando si vedono altri che stanno peggio di noi, ci sentiamo spinti ad aiutarli in qualcosa di nostro. Tale esigenza è talmente originale, talmente naturale, che è in noi prima ancora che ne siamo coscienti e noi la chiamiamo giustamente legge dell'esistenza. Noi andiamo in «caritativa» per soddisfare questa esigenza.
II Quanto più noi viviamo questa esigenza e questo dovere, tanto più realizziamo noi stessi; comunicare agli altri ci dà proprio l'esperienza di completare noi stessi. Tanto è vero che, se non riusciamo a dare, ci sentiamo diminuiti. Interessarci degli altri, comunicarci agli altri, ci fa compiere il supremo, anzi unico, dovere della vita, che è realizzare noi stessi, compiere noi stessi. Noi andiamo in «caritativa» per imparare a compiere questo dovere.
III Ma Cristo ci ha fatto capire il perché profondo di tutto ciò svelandoci la legge ultima dell'essere e della vita: la carità. La legge suprema, cioè, del nostro essere è condividere l'essere degli altri, è mettere in comune se stessi. Solo Gesù Cristo ci dice tutto questo, perché Egli sa cos'è ogni cosa, che cos'è Dio da cui nasciamo, che cos'è l'Essere. Tutta la parola «carità» riesco a spiegarmela quando penso che il Figlio di Dio, amandoci, non ci ha mandato le sue ricchezze come avrebbe potuto fare, rivoluzionando la nostra situazione, ma si è fatto misero come noi, ha «condiviso» la nostra nullità. Noi andiamo in «caritativa» per imparare a vivere come Cristo.
LE CONSEGUENZE
I La carità è legge dell'essere e viene prima di ogni simpatia e di ogni commozione. Perciò il fare per gli altri è nudo e può essere privo di entusiasmo. Potrebbe benissimo non esserci nessun risultato cosiddetto «concreto» - per noi l'unico atteggiamento «concreto» è l'attenzione alla persona, la considerazione della persona, cioè l'amore. Tutto il resto può venire di conseguenza: come Gesù che dopo fece i miracoli e sfamò la gente. Due punti di partenza non chiari per la nostra apertura agli altri noi dobbiamo notare: 1. Sovvenire ai bisogni altrui. È un punto di partenza ancora incompleto! Qual è il bisogno altrui? Questa impostazione è ambigua, dipende da cosa noi crediamo che sia il bisogno altrui: e se ciò che io porto non è veramente quello di cui essi hanno bisogno? Ciò di cui hanno veramente bisogno non lo so io, non lo misuro io, non ce l'ho io. È una misura che non possiedo io: è una misura che sta in Dio. Perciò le «leggi» e le «giustizia» possono schiacciare, se dimenticassero o pretendessero sostituirlo, l'unico «concreto» che ci sia: la persona, e l'amore alla persona. 2. L'amicizia. Anche cominciare puntando sull'amicizia, con tutta l'ambiguità che ci può comportare, è incompleto. L'amicizia è una corrispondenza che si può trovare o no, un avvenimento non essenziale per la nostra azione di oggi, anche se essenziale per il nostro destino finale.
II L'andare agli altri liberamente, il condividere un po' della loro vita e il mettere in comune un po' della nostra, ci fa scoprire una cosa sublime e misteriosa (sì capisce facendo!). È la scoperta del fatto che proprio perché li amiamo, non siamo noi a farli contenti; e che neppure la più perfetta società, l'organismo legalmente più saldo e avveduto, la ricchezza più ingente, la salute più di ferro, la bellezza più pura, la civiltà più educata li potrà mai fare contenti. È un Altro che li può fare contenti. - Chi è la ragione di tutto? Chi ha fatto tutto? Dio. Allora Gesù non rimane più soltanto colui che mi annuncia la parola più vera, che mi spiega la legge della mia realtà, non è più la luce della mia mente soltanto: io scopro che Cristo è il senso della mia vita. È bellissima la testimonianza di chi ha sperimentato questo valore: «Io continuo ad andare in caritativa perché tutta la mia e la loro sofferenza hanno un senso». Sperando in Cristo, tutto ha un senso, Cristo. Questo scopro, finalmente, nell'ambito dove vado in «caritativa», proprio attraverso l'impotenza finale del mio amore: ed è l'esperienza in cui l'intelligenza affonda nella saggezza, nella cultura vera.
III Ma il Cristo è presente adesso: non «è stato», non «è nato», ma «c'è», «nasce» oggi: è la Chiesa. La Chiesa è il Cristo, presente adesso, come Lui ha voluto. E la Chiesa è la comunità di noi, proprio di noi, poveri e attaccati a Lui. Perciò la speranza ci sostiene; Dio stesso è tra noi, è presente tra noi. Uno di noi, in una discussione ha detto: «Continuo ad andare a .... perché ci siete voi». È verissimo: proprio il senso del nostro essere insieme, della comunità ecclesiale, ci fa tirare avanti oggi fra gli handicappati, negli ospizi, con chiunque è bisognoso e, domani, nella fabbrica, nella città, in Europa, nel Mondo che è così grande e Lo aspetta.
LE DIRETTIVE
Riferirsi continuamente al movimento, altrimenti è più grande il pericolo di smarrire la ricerca dell'idea profonda che ci sostiene nel fare per gli altri; e più grande è il pericolo di scoraggiamenti, stanchezza o infedeltà. La fedeltà nel fidarsi delle indicazioni del movimento e di coloro che ne sono i responsabili è il primo merito e avrà il suo frutto. Le direttive che al riguardo Comunione e Liberazione dà sono tre: 1. Sapere perché. Finché non sapremo bene, con chiarezza e semplicità il perché ultimo, lo scopo del nostro fare, fino allora non bisognerà mai stare quieti. Il nostro scopo è tirar fuori da quel che facciamo il senso, l'idea, per la quale esclusivamente potremo riuscire ad essere fedeli, quando non saremo più entusiasti o non provassimo più gusto. Occorrerà quindi dialogare nelle nostre assemblee, a gruppetti, con i responsabili della comunità, con le persone più mature e vive. Soprattutto revisionarsi ogni tanto attraverso contatti «centrali».
2. Fare per comprendere. Per capire non basta sapere, occorre fare, con quel coraggio, della libertà, che è aderire all'essere che si vede, cioè alla verità. Se la legge dell'esistenza è mettere in comune se stessi, noi dovremmo condividere tutto, ogni istante. Questa è la maturità suprema, che si chiama umanità o santità. Per educarci a questo ideale, l'esserci costretti dalle circostanze (il «dovere» nel senso solito) serve molto più difficoltosamente. È il piccolo tempo libero che mi educa; ciò che dà l'esatta misura della mia disponibilità agli altri è, l'uso di quel tempo che è solo mio, in cui posso fare «ciò che ho voglia». Ci formiamo così una mentalità, un modo quasi istintivo di concepire la vita tutta come un condividere. Il piccolo tempo libero redime tutto il resto. E, adagio adagio, andando in «caritativa» si incomincia a capire di più il compagno di banco, il papà e la mamma, il collega di lavoro. È soprattutto l'età della giovinezza il momento unico in cui possiamo con agilità, almeno normalmente, assimilare questa mentalità. Ed è solo cominciando a fare, a donare del tempo libero come integrale gesto di libertà, che la carità cristiana diventerà mentalità, convinzione, dimensione permanente. È da notare che a noi non interessa tanto la molteplicità delle attività, la quantità del tempo libero che si dedica. A noi interessa che nella nostra vita e nella nostra coscienza si affermi il principio del condividere attraverso almeno qualche gesto, anche minimo, purché sia sistematicamente messo in preventivo e realizzato. Per questo basterebbe, come inizio, anche una volta al mese. Anche per quanto riguarda la periodicità dell'impegno è bene consultare chi nella comunità può correttamente consigliarci.
3. Ordine. È il tempo libero che dobbiamo impegnare (e il più a fondo possibile). Duplice è il limite che mantiene nell'ordine la genialità del tempo libero: a) Non ledere lo studio (o il lavoro). b) Non venir meno alla discrezione in famiglia. Anche qui sarà il personale dialogo con l'autorità familiare e con l'autorità nel movimento che ti aiuterà a raggiungere un criterio per definire il tuo tempo libero.
Da "Realtà e giovinezza La sfida" SEI Luigi Giussani Pg.192-196
Caritativa
La proposta della caritativa, che a cominciare dai primissimi giessini ha coinvolto decine di migliaia di giovani e di adulti, è sempre stata motivata in modo chiaro. Non si tratta di dar corso ad azioni filantropiche o di pretendere di offrire con tali iniziative risposte esaurienti a necessità spesso vaste e complesse, bensì di imparare, attraverso la fedeltà ad un gesto esemplare, che la legge ultima dell’esistenza è la carità, la gratuità. Da tale “scuola” di gratuità è nata in Italia e nel mondo, per iniziativa libera e responsabile di ciellini o grazie alla loro collaborazione, una serie fittissima di attività piccole e grandi a scopo caritativo, nei campi più disparati: dal catechismo ai bambini in oratorio al fare compagnia agli anziani negli ospizi, dall’accoglienza in famiglia di bambini o di persone in difficoltà alla creazione di vere e proprie case-famiglia per casi difficili (ragazze-madri, tossicodipendenti, psicolabili, handicappati, malati di AIDS e terminali); dalla creazione di imprese dedicate all’inserimento lavorativo dei portatori di handicap alla fondazione di organismi non governativi per progetti di sviluppo e di assistenza nei Paesi poveri (ad esempio, AVSI in Italia, Ente riconosciuto dall’ONU, e CESAL in Spagna); dalla costituzione di Fondazioni come il Banco Alimentare (che fornisce il vitto quotidiano a quasi un milione di poveri in Italia ricavandolo dal surplus di produzione alimentare di medie e grandi industrie) alla creazione di Centri di solidarietà, ove si favorisce l’aiuto alla ricerca di lavoro per giovani (e meno giovani) disoccupati; dalla assistenza nelle carceri minorili d’Africa e d’America Latina al semplice sostegno economico di famiglie in difficoltà.Trattandosi in moltissimi casi di opere che uniscono allo scopo caritativo un’organizzazione di genere aziendale, si può dire che queste iniziative riprendano, in chiave attuale e spesso sotto l’egida di quel che viene chiamato settore non profit, la tradizione delle grandi opere caritative che ha segnato la storia della cristianità.
Dal Sito di Comunione e Liberazione
I Innanzitutto la natura nostra ci dà l'esigenza di interessarci degli altri. Quando c'è qualcosa di bello in noi, noi ci sentiamo spinti a comunicarlo agli altri. Quando si vedono altri che stanno peggio di noi, ci sentiamo spinti ad aiutarli in qualcosa di nostro. Tale esigenza è talmente originale, talmente naturale, che è in noi prima ancora che ne siamo coscienti e noi la chiamiamo giustamente legge dell'esistenza. Noi andiamo in «caritativa» per soddisfare questa esigenza.
II Quanto più noi viviamo questa esigenza e questo dovere, tanto più realizziamo noi stessi; comunicare agli altri ci dà proprio l'esperienza di completare noi stessi. Tanto è vero che, se non riusciamo a dare, ci sentiamo diminuiti. Interessarci degli altri, comunicarci agli altri, ci fa compiere il supremo, anzi unico, dovere della vita, che è realizzare noi stessi, compiere noi stessi. Noi andiamo in «caritativa» per imparare a compiere questo dovere.
III Ma Cristo ci ha fatto capire il perché profondo di tutto ciò svelandoci la legge ultima dell'essere e della vita: la carità. La legge suprema, cioè, del nostro essere è condividere l'essere degli altri, è mettere in comune se stessi. Solo Gesù Cristo ci dice tutto questo, perché Egli sa cos'è ogni cosa, che cos'è Dio da cui nasciamo, che cos'è l'Essere. Tutta la parola «carità» riesco a spiegarmela quando penso che il Figlio di Dio, amandoci, non ci ha mandato le sue ricchezze come avrebbe potuto fare, rivoluzionando la nostra situazione, ma si è fatto misero come noi, ha «condiviso» la nostra nullità. Noi andiamo in «caritativa» per imparare a vivere come Cristo.
LE CONSEGUENZE
I La carità è legge dell'essere e viene prima di ogni simpatia e di ogni commozione. Perciò il fare per gli altri è nudo e può essere privo di entusiasmo. Potrebbe benissimo non esserci nessun risultato cosiddetto «concreto» - per noi l'unico atteggiamento «concreto» è l'attenzione alla persona, la considerazione della persona, cioè l'amore. Tutto il resto può venire di conseguenza: come Gesù che dopo fece i miracoli e sfamò la gente. Due punti di partenza non chiari per la nostra apertura agli altri noi dobbiamo notare: 1. Sovvenire ai bisogni altrui. È un punto di partenza ancora incompleto! Qual è il bisogno altrui? Questa impostazione è ambigua, dipende da cosa noi crediamo che sia il bisogno altrui: e se ciò che io porto non è veramente quello di cui essi hanno bisogno? Ciò di cui hanno veramente bisogno non lo so io, non lo misuro io, non ce l'ho io. È una misura che non possiedo io: è una misura che sta in Dio. Perciò le «leggi» e le «giustizia» possono schiacciare, se dimenticassero o pretendessero sostituirlo, l'unico «concreto» che ci sia: la persona, e l'amore alla persona. 2. L'amicizia. Anche cominciare puntando sull'amicizia, con tutta l'ambiguità che ci può comportare, è incompleto. L'amicizia è una corrispondenza che si può trovare o no, un avvenimento non essenziale per la nostra azione di oggi, anche se essenziale per il nostro destino finale.
II L'andare agli altri liberamente, il condividere un po' della loro vita e il mettere in comune un po' della nostra, ci fa scoprire una cosa sublime e misteriosa (sì capisce facendo!). È la scoperta del fatto che proprio perché li amiamo, non siamo noi a farli contenti; e che neppure la più perfetta società, l'organismo legalmente più saldo e avveduto, la ricchezza più ingente, la salute più di ferro, la bellezza più pura, la civiltà più educata li potrà mai fare contenti. È un Altro che li può fare contenti. - Chi è la ragione di tutto? Chi ha fatto tutto? Dio. Allora Gesù non rimane più soltanto colui che mi annuncia la parola più vera, che mi spiega la legge della mia realtà, non è più la luce della mia mente soltanto: io scopro che Cristo è il senso della mia vita. È bellissima la testimonianza di chi ha sperimentato questo valore: «Io continuo ad andare in caritativa perché tutta la mia e la loro sofferenza hanno un senso». Sperando in Cristo, tutto ha un senso, Cristo. Questo scopro, finalmente, nell'ambito dove vado in «caritativa», proprio attraverso l'impotenza finale del mio amore: ed è l'esperienza in cui l'intelligenza affonda nella saggezza, nella cultura vera.
III Ma il Cristo è presente adesso: non «è stato», non «è nato», ma «c'è», «nasce» oggi: è la Chiesa. La Chiesa è il Cristo, presente adesso, come Lui ha voluto. E la Chiesa è la comunità di noi, proprio di noi, poveri e attaccati a Lui. Perciò la speranza ci sostiene; Dio stesso è tra noi, è presente tra noi. Uno di noi, in una discussione ha detto: «Continuo ad andare a .... perché ci siete voi». È verissimo: proprio il senso del nostro essere insieme, della comunità ecclesiale, ci fa tirare avanti oggi fra gli handicappati, negli ospizi, con chiunque è bisognoso e, domani, nella fabbrica, nella città, in Europa, nel Mondo che è così grande e Lo aspetta.
LE DIRETTIVE
Riferirsi continuamente al movimento, altrimenti è più grande il pericolo di smarrire la ricerca dell'idea profonda che ci sostiene nel fare per gli altri; e più grande è il pericolo di scoraggiamenti, stanchezza o infedeltà. La fedeltà nel fidarsi delle indicazioni del movimento e di coloro che ne sono i responsabili è il primo merito e avrà il suo frutto. Le direttive che al riguardo Comunione e Liberazione dà sono tre: 1. Sapere perché. Finché non sapremo bene, con chiarezza e semplicità il perché ultimo, lo scopo del nostro fare, fino allora non bisognerà mai stare quieti. Il nostro scopo è tirar fuori da quel che facciamo il senso, l'idea, per la quale esclusivamente potremo riuscire ad essere fedeli, quando non saremo più entusiasti o non provassimo più gusto. Occorrerà quindi dialogare nelle nostre assemblee, a gruppetti, con i responsabili della comunità, con le persone più mature e vive. Soprattutto revisionarsi ogni tanto attraverso contatti «centrali».
2. Fare per comprendere. Per capire non basta sapere, occorre fare, con quel coraggio, della libertà, che è aderire all'essere che si vede, cioè alla verità. Se la legge dell'esistenza è mettere in comune se stessi, noi dovremmo condividere tutto, ogni istante. Questa è la maturità suprema, che si chiama umanità o santità. Per educarci a questo ideale, l'esserci costretti dalle circostanze (il «dovere» nel senso solito) serve molto più difficoltosamente. È il piccolo tempo libero che mi educa; ciò che dà l'esatta misura della mia disponibilità agli altri è, l'uso di quel tempo che è solo mio, in cui posso fare «ciò che ho voglia». Ci formiamo così una mentalità, un modo quasi istintivo di concepire la vita tutta come un condividere. Il piccolo tempo libero redime tutto il resto. E, adagio adagio, andando in «caritativa» si incomincia a capire di più il compagno di banco, il papà e la mamma, il collega di lavoro. È soprattutto l'età della giovinezza il momento unico in cui possiamo con agilità, almeno normalmente, assimilare questa mentalità. Ed è solo cominciando a fare, a donare del tempo libero come integrale gesto di libertà, che la carità cristiana diventerà mentalità, convinzione, dimensione permanente. È da notare che a noi non interessa tanto la molteplicità delle attività, la quantità del tempo libero che si dedica. A noi interessa che nella nostra vita e nella nostra coscienza si affermi il principio del condividere attraverso almeno qualche gesto, anche minimo, purché sia sistematicamente messo in preventivo e realizzato. Per questo basterebbe, come inizio, anche una volta al mese. Anche per quanto riguarda la periodicità dell'impegno è bene consultare chi nella comunità può correttamente consigliarci.
3. Ordine. È il tempo libero che dobbiamo impegnare (e il più a fondo possibile). Duplice è il limite che mantiene nell'ordine la genialità del tempo libero: a) Non ledere lo studio (o il lavoro). b) Non venir meno alla discrezione in famiglia. Anche qui sarà il personale dialogo con l'autorità familiare e con l'autorità nel movimento che ti aiuterà a raggiungere un criterio per definire il tuo tempo libero.
Da "Realtà e giovinezza La sfida" SEI Luigi Giussani Pg.192-196
Caritativa
La proposta della caritativa, che a cominciare dai primissimi giessini ha coinvolto decine di migliaia di giovani e di adulti, è sempre stata motivata in modo chiaro. Non si tratta di dar corso ad azioni filantropiche o di pretendere di offrire con tali iniziative risposte esaurienti a necessità spesso vaste e complesse, bensì di imparare, attraverso la fedeltà ad un gesto esemplare, che la legge ultima dell’esistenza è la carità, la gratuità. Da tale “scuola” di gratuità è nata in Italia e nel mondo, per iniziativa libera e responsabile di ciellini o grazie alla loro collaborazione, una serie fittissima di attività piccole e grandi a scopo caritativo, nei campi più disparati: dal catechismo ai bambini in oratorio al fare compagnia agli anziani negli ospizi, dall’accoglienza in famiglia di bambini o di persone in difficoltà alla creazione di vere e proprie case-famiglia per casi difficili (ragazze-madri, tossicodipendenti, psicolabili, handicappati, malati di AIDS e terminali); dalla creazione di imprese dedicate all’inserimento lavorativo dei portatori di handicap alla fondazione di organismi non governativi per progetti di sviluppo e di assistenza nei Paesi poveri (ad esempio, AVSI in Italia, Ente riconosciuto dall’ONU, e CESAL in Spagna); dalla costituzione di Fondazioni come il Banco Alimentare (che fornisce il vitto quotidiano a quasi un milione di poveri in Italia ricavandolo dal surplus di produzione alimentare di medie e grandi industrie) alla creazione di Centri di solidarietà, ove si favorisce l’aiuto alla ricerca di lavoro per giovani (e meno giovani) disoccupati; dalla assistenza nelle carceri minorili d’Africa e d’America Latina al semplice sostegno economico di famiglie in difficoltà.Trattandosi in moltissimi casi di opere che uniscono allo scopo caritativo un’organizzazione di genere aziendale, si può dire che queste iniziative riprendano, in chiave attuale e spesso sotto l’egida di quel che viene chiamato settore non profit, la tradizione delle grandi opere caritative che ha segnato la storia della cristianità.
Dal Sito di Comunione e Liberazione
Incontro GS di Sabato 18
Ciao a tutti,
Sabato alle 16, in sede, ci incontriamo su uno dei temi più belli di GS: la Caritativa. Leggete il testo seguente e preparatevi all’incontro.
“[…]Quando c'è qualcosa di bello in noi, noi ci sentiamo spinti a comunicarlo agli altri. Quando si vedono altri che stanno peggio di noi, ci sentiamo spinti ad aiutarli in qualcosa di nostro. Tale esigenza è talmente originale, talmente naturale, che è in noi prima ancora che ne siamo coscienti e noi la chiamiamo giustamente legge dell'esistenza. […]
Quanto più noi viviamo questa esigenza e questo dovere, tanto più realizziamo noi stessi; comunicare agli altri ci dà proprio l'esperienza di completare noi stessi. […]
Interessarci degli altri, comunicarci agli altri, ci fa compiere il supremo, anzi unico, dovere della vita, che è realizzare noi stessi, compiere noi stessi. […]
La legge suprema, cioè, del nostro essere è condividere l'essere degli altri, è mettere in comune se stessi. […]”
(Luigi Giussani – “Il senso della caritativa”)
In che modo queste parole trovano riscontro nella tua esperienza?
Cosa può aiutarci a costruire la nostra umanità, e quindi a realizzare pienamente noi stessi?
I canti che pensavamo sono:
La canzone della Bassa (Pag. 82 del Libro dei canti nuovo)
Balada de caridade (Pag. 70 del Libro dei canti nuovo)
E mi veniva in mente anche
Mattone su mattone (Pag. 86 del Libro dei canti nuovo)
In allegato vi metto tutto il Libretto di Giussani: Il Senso della Caritativa
Buon Lavoro da Filippo
Sabato alle 16, in sede, ci incontriamo su uno dei temi più belli di GS: la Caritativa. Leggete il testo seguente e preparatevi all’incontro.
“[…]Quando c'è qualcosa di bello in noi, noi ci sentiamo spinti a comunicarlo agli altri. Quando si vedono altri che stanno peggio di noi, ci sentiamo spinti ad aiutarli in qualcosa di nostro. Tale esigenza è talmente originale, talmente naturale, che è in noi prima ancora che ne siamo coscienti e noi la chiamiamo giustamente legge dell'esistenza. […]
Quanto più noi viviamo questa esigenza e questo dovere, tanto più realizziamo noi stessi; comunicare agli altri ci dà proprio l'esperienza di completare noi stessi. […]
Interessarci degli altri, comunicarci agli altri, ci fa compiere il supremo, anzi unico, dovere della vita, che è realizzare noi stessi, compiere noi stessi. […]
La legge suprema, cioè, del nostro essere è condividere l'essere degli altri, è mettere in comune se stessi. […]”
(Luigi Giussani – “Il senso della caritativa”)
In che modo queste parole trovano riscontro nella tua esperienza?
Cosa può aiutarci a costruire la nostra umanità, e quindi a realizzare pienamente noi stessi?
I canti che pensavamo sono:
La canzone della Bassa (Pag. 82 del Libro dei canti nuovo)
Balada de caridade (Pag. 70 del Libro dei canti nuovo)
E mi veniva in mente anche
Mattone su mattone (Pag. 86 del Libro dei canti nuovo)
In allegato vi metto tutto il Libretto di Giussani: Il Senso della Caritativa
Buon Lavoro da Filippo
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